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Tumori: fino al 60% pazienti è malnutrito, per 28% valutazione nutrizionale fin da diagnosi

Nuovo ISHEO Report “La sfida della nutrizione in oncologia”

La malnutrizione nei pazienti oncologici rappresenta una delle principali criticità ancora sottovalutate nei percorsi di cura. Eppure le evidenze scientifiche dimostrano che una presa in carico nutrizionale precoce può migliorare la tolleranza ai trattamenti, ridurre complicanze e ricoveri, aumentare l’aderenza terapeutica e incidere positivamente sulla qualità di vita e sulla sopravvivenza.
Questa, si legge in una nota, è la tematica al centro del Convegno “La sfida della nutrizione in oncologia: evidenze, pratiche e prospettive future”, promosso e organizzato a Roma da ISHEO, società di ricerca e consulenza per l’avanzamento degli outcome sanitari, in collaborazione con La Lampada di Aladino ETS, con il contributo non condizionante di BeOne Medicines Italy Spa e con il patrocinio di FAVO – Federazione delle Associazioni di Volontariato in Oncologia e AIOM – Associazione Italiana Oncologia Medica. In occasione di questo appuntamento si presenta il nuovo ISHEO Report dedicato al ruolo della nutrizione clinica nel percorso oncologico.

Nel 2025 in Italia sono stimati circa 390.000 nuovi casi di tumore e la malnutrizione interessa dal 30% al 60% dei pazienti oncologici: è quanto emerge dal Report, con percentuali che raggiungono l’80% nei tumori del distretto testa-collo e dell’alto tratto gastrointestinale. Ciò nonostante, sebbene oltre il 95% degli oncologi considera lo stato nutrizionale determinante per valutare la praticabilità e la tollerabilità delle terapie, solo nel 28% dei casi la valutazione nutrizionale viene realmente integrata nel programma terapeutico fin dalla diagnosi. Le conseguenze sono rilevanti. La letteratura scientifica evidenzia che la malnutrizione può aumentare il rischio di mortalità di oltre il 250% rispetto ai pazienti non malnutriti; si stima che tra il 20% e il 30% dei pazienti oncologici deceda per le conseguenze della malnutrizione piuttosto che per la progressione del tumore.

La malnutrizione triplica il rischio di complicanze infettive e post-operatorie e determina un incremento della durata delle degenze ospedaliere compreso tra il 30% e il 50%. L’impatto riguarda anche la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale: in Italia i costi associati alla malnutrizione sono stimati tra 8 e 12 miliardi di euro l’anno, mentre un supporto nutrizionale strutturato può generare risparmi medi del 12% in ambito ospedaliero e del 9% sul territorio.

«Il supporto nutrizionale nel paziente oncologico consiste nell’integrazione strutturata della nutrizione clinica nel percorso di cura, con l’obiettivo di prevenire e trattare la malnutrizione, mantenere o recuperare peso e massa muscolare e preservare la funzionalità del paziente. È un intervento sanitario a tutti gli effetti, basato su prescrizione medica e gestito da un’équipe multidisciplinare», sostiene Riccardo Caccialanza, Direttore della SC Dietetica e Nutrizione Clinica della Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia. «Poiché una quota rilevante di pazienti è già a rischio di malnutrizione alla diagnosi, un intervento precoce consente di prevenire il deterioramento nutrizionale, migliorare la risposta ai trattamenti e ottimizzare gli esiti clinici complessivi».

«La nutrizione clinica precoce è parte integrante della cura oncologica: non rappresenta un aspetto accessorio, ma un fattore che può incidere sulla tolleranza ai trattamenti, sulla possibilità di completarli, sulla qualità di vita del paziente e sulla prognosi. Per questo lo screening nutrizionale dovrebbe essere effettuato già alla diagnosi e integrato in percorsi multidisciplinari strutturati. Rendere la presa in carico nutrizionale un indicatore di qualità significa garantire cure più efficaci, personalizzate e sostenibili.» afferma Paolo Pedrazzoli, Medico specialista in oncologia ed ematologia, Direttore SC Oncologia 1 IRCCS Policlinico San Matteo – Pavia e Membro Comitato Scientifico La Lampada di Aladino ETS.

«Il ruolo della nutrizione in oncologia riveste un valore fondamentale lungo tutto il percorso di cura: nella prevenzione, contribuendo a ridurre il rischio di sviluppare un tumore, durante le terapie oncologiche e nel lungo periodo successivo alla malattia. Si stima che circa il 30-40% delle diagnosi oncologiche possano essere prevenute con l’adozione di corretti stili di vita, tra i quali un’alimentazione sana ed equilibrata. È fondamentale coinvolgere il paziente in prima persona, rendendolo consapevole del valore di una corretta alimentazione, favorendo l’adesione ai programmi di prevenzione terziaria e garantendo un adeguato ritorno alla vita quotidiana, sociale e professionale.» dichiara Alexia Bertuzzi Dipartimento di Oncologia, IRCCS Humanitas Research Hospital di Milano.

Il Report pone l’attenzione sulle nuove Linee guida nazionali AIOM, pubblicate nel Sistema Nazionale Linee Guida dell’Istituto Superiore di Sanità, che indicano come standard di cura lo screening nutrizionale sistematico fin dall’inizio del percorso terapeutico, il monitoraggio della composizione corporea e l’attivazione tempestiva di interventi personalizzati.

«Oggi non basta più curare il tumore: bisogna prendersi cura della persona nella sua globalità.» sottolinea Davide Petruzzelli, Presidente de La Lampada di Aladino ETS. «La nutrizione deve diventare parte integrante dei percorsi clinici oncologici, superando le disomogeneità regionali ancora esistenti. La sfida è trasformare quanto previsto nei documenti istituzionali in una pratica quotidiana realmente accessibile a tutti i pazienti, attraverso la collaborazione tra professionisti, ospedale, territorio e associazioni dei pazienti».

«Lo screening nutrizionale, la valutazione specialistica e la presenza del nutrizionista clinico nei PDTA, ove previsti, non possono più essere considerati un “nice to have”, ma elementi essenziali nel percorso di presa in carico del paziente oncologico. La conoscenza appropriata di questo tema è una responsabilità che deve coinvolgere non solo i medici specialisti e i nutrizionisti clinici, ma anche il management sanitario e le istituzioni, perché la vera sfida oggi è trasformare le evidenze scientifiche e le norme a disposizione, in modelli organizzativi capaci di integrare la nutrizione nei percorsi di cura. Un impegno che si inserisce nel lavoro che ISHEO porta avanti da anni sulle supportive care e che trova un ulteriore momento di approfondimento nel Blood Cancer Summit 2026 del 1° ottobre prossimo.» conclude Davide Integlia, Fondatore e CEO ISHEO.

ISHEO è una società di ricerca e consulenza specializzata in economia sanitaria, market access ed health stakeholder engagement. La mission di ISHEO è ideare, sviluppare e implementare progetti strategici finalizzati al miglioramento degli outcome sanitari, favorendo il dialogo e la collaborazione tra i diversi stakeholder del sistema salute. Ogni progetto è sviluppato con il contributo di un team di professionisti e di un network di esperti, dalla progettazione all’implementazione.

Fonte: askanews.it

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Melanoma, studio Iqvia: meno di un italiano su 4 controlla i nei

Anche se aumentano coloro che si sottopongono a uno screening della pelle

La prevenzione del melanoma cresce in Italia, ma resta ancora troppo legata all’iniziativa individuale. È quanto emerge dai dati dell’Osservatorio Salute Iqvia Italia 2026. Secondo lo studio, la quota di italiani che dichiara di sottoporsi regolarmente al controllo dei nei è quasi raddoppiata nell’ultimo anno, passando dal 14% al 23%. Il dato resta però ancora contenuto: meno di un italiano su quattro controlla regolarmente i propri nei. Inoltre, tra chi effettua questi controlli, la maggior parte si attiva autonomamente, mentre solo il 13% dichiara di aver partecipato a campagne di screening.

Il melanoma è una delle forme più aggressive di tumore della pelle, ma diagnosi precoce e innovazione terapeutica hanno modificato in modo significativo le prospettive di cura. Stando al database Iqvia Italy OncoView, le immunoterapie rappresentano il 72% degli utilizzi osservati, le terapie target il 26%, mentre la chemioterapia si attesta al 2%, confermando un ruolo sempre più marginale rispetto alle strategie più innovative. Il profilo dei nuovi pazienti conferma l’importanza di anticipare i controlli: il 56% è uomo e il 44% donna, mentre circa quattro pazienti su dieci hanno meno di 60 anni. Tra gli uomini, il picco si osserva tra i 51 e i 60 anni, mentre tra le donne si concentra soprattutto tra i 61 e i 70 anni.

Sul fronte della fotoprotezione, i dati Iqvia Italy Retail Sales registrano un aumento del 12% in valore dei prodotti solari ad alta protezione, SPF 50+, nell’estate 2025 rispetto al 2024. Un segnale di maggiore attenzione, che tuttavia non sostituisce i controlli dermatologici regolari.

Secondo Iqvia, una prevenzione efficace del melanoma richiede la combinazione di più comportamenti: uso corretto della protezione solare, esposizione responsabile al sole, attenzione ai cambiamenti della pelle e controlli periodici dei nei. Resta inoltre centrale rafforzare le campagne informative e facilitare l’accesso agli screening nei diversi contesti locali, dalle farmacie ai luoghi di lavoro.

Fonte: askanews.it

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Disturbi mentali, social media e IA alimentano l’illusione dell’autodiagnosi

Ravera: Rischio di confondere esperienze comuni con disturbi clinici

Cresce la tendenza, in particolare tra i giovanissimi, ad affidarsi a piattaforme social o a software di intelligenza artificiale per autodiagnosticarsi condizioni cliniche complesse, quali l’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività), l’autismo o il disturbo borderline. Il porofessor Furio Ravera, medico psichiatra presso la Casa di Cura Le Betulle e co-fondatore di Gruppo Ginestra, analizza questa dinamica inserendola nel contesto dell’attuale ecosistema digitale.

Sebbene la tendenza all’autodiagnosi esista storicamente da ben prima dell’avvento del web, l’esposizione continua ai dispositivi mobili agisce oggi da catalizzatore.

Il Professor Ravera definisce l’epoca contemporanea come la “stagione dello stimolo”, richiamando il sistema di ricompensa cerebrale e il conseguente rilascio di dopamina che spinge l’utente a un’interazione ininterrotta con gli smartphone. “Abbiamo un sistema, donatoci da madre natura, che ha avuto il compito di marcare come piacevole, in maniera più o meno forte, un’esperienza che dal punto di vista evolutivo fosse positiva”, spiega lo psichiatra. “Purtroppo, questo sistema è come una cassaforte che può essere facilmente violata. Siamo passati da stimoli naturali a stimolanti chimici, come le droghe, a stimoli che riceviamo da comportamenti che in qualche modo ci premiano”.

Le piattaforme social, da Instagram a TikTok, diffondono contenuti che da un lato favoriscono la sensibilizzazione sui temi della salute mentale, dall’altro possono alimentare la disinformazione clinica, riconducendo comportamenti comuni, come l’irrequietezza o la disattenzione, a definizioni mediche precise, anche in assenza di una reale neurodivergenza. In particolare, l’ADHD è spesso oggetto di quelle che il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV e DSM-IV-TR) definisce “diagnosi sovradeterminate”. “Dal punto di vista neurofisiologico, l’ADHD è determinata da una condizione in cui la corteccia cerebrale non riesce a esercitare bene la funzione di controllo su tutte le attività sottocorticali, come il movimento, l’impulsività, l’attenzione”, chiarisce il Prof. Ravera.

La ricerca di risposte cliniche online non riguarda tuttavia esclusivamente gli adolescenti. Tra gli adulti si registra un aumento dei tentativi di diagnosi di ADHD, in alcuni casi orientati all’ottenimento di prescrizioni per farmaci stimolanti. Ravera ricorda che il criterio clinico fondamentale per inquadrare l’ADHD resta la diagnosi pediatrica oppure, negli adulti, un’attenta ricostruzione della storia clinica infantile del paziente.

Per rispondere alle criticità legate alle diagnosi “fai-da-te”, l’iter medico prevede oggi il supporto di metodologie di indagine strumentale in grado di fornire un quadro clinico oggettivo. In particolare, precisa Ravera: “All’interno del Gruppo Ginestra, grazie al lavoro del Professor Giuseppe Augusto Chiarenza, impieghiamo l’elettroencefalogramma quantitativo, che permette di vedere e indagare gli squilibri delle varie onde cerebrali, ovvero quanto il cervello è sovreccitato di suo”.

Fonte: askanews.it

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Caldo, Fadoi: sopra 40 gradi corpo può non riuscire più a disperdere calore

Idratazione e corretta gestione dei farmaci sono fondamentali

Le temperature estreme che stanno interessando gran parte dell’Italia non rappresentano soltanto un problema di comfort, ma una vera emergenza sanitaria, soprattutto per anziani, persone fragili e pazienti affetti da patologie croniche. A lanciare l’allarme è la Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti (FADOI), che richiama l’attenzione sui rischi legati alle ondate di calore sempre più intense e prolungate.

“Ormai temperature di 35 gradi non sono più un’eccezione. Il nostro organismo possiede meccanismi molto efficaci per mantenere costante la temperatura corporea, ma quando il caldo si associa a elevata umidità questi sistemi vengono messi a dura prova. Si perdono liquidi e sali minerali, aumenta il lavoro del cuore e compaiono stanchezza, debolezza e cali di pressione. Per le persone sane la situazione è generalmente gestibile, ma richiede già attenzione e comportamenti adeguati”, spiega Andrea Montagnani, presidente nazionale FADOI.

Secondo gli internisti ospedalieri, il rischio cresce ulteriormente quando le temperature raggiungono o superano i 40 gradi. “In queste condizioni il corpo può non riuscire più a disperdere il calore. La temperatura interna aumenta e possono comparire disidratazione importante, alterazioni della pressione arteriosa, confusione mentale fino al colpo di calore, che rappresenta una vera emergenza medica perché può compromettere il funzionamento di cervello, cuore e reni e richiede un intervento immediato”, sottolinea Montagnani.

Per FADOI non è però soltanto il valore massimo della temperatura a preoccupare, quanto la durata delle ondate di calore. “Quando il caldo persiste per molti giorni consecutivi l’organismo non riesce più a recuperare, soprattutto se anche le temperature notturne rimangono elevate. Si instaura una progressiva disidratazione, aumenta lo stress cardiovascolare e registriamo un incremento dei ricoveri per scompenso cardiaco, insufficienza renale, infezioni e complicanze respiratorie. È una sorta di accumulo di fatica biologica che colpisce soprattutto i pazienti più fragili”, evidenzia il presidente FADOI.

Gli anziani rappresentano la categoria più esposta, ma i rischi riguardano anche chi soffre di scompenso cardiaco, ipertensione, insufficienza renale, diabete, malattie respiratorie, patologie neurologiche o disturbi cognitivi. “Queste persone devono bere con regolarità, evitare di uscire nelle ore più calde della giornata, mantenere freschi gli ambienti domestici e rivolgersi tempestivamente al medico se compaiono sintomi come capogiri, riduzione della diuresi o importanti cali della pressione arteriosa”, raccomanda Montagnani.

Particolare attenzione va riservata anche alle terapie farmacologiche. “Il caldo può modificare l’effetto di numerosi farmaci. Diuretici e lassativi possono favorire disidratazione e ipotensione, alcuni antipertensivi possono accentuare il calo pressorio, mentre nei pazienti diabetici la disidratazione può alterare il controllo della glicemia. Anche alcuni antinfiammatori possono peggiorare la funzione renale. Il messaggio è molto chiaro: non bisogna mai sospendere o modificare autonomamente le cure. Sarà il medico a valutare se sia necessario adattare temporaneamente la terapia o aumentare il monitoraggio clinico”, precisa il presidente FADOI. Analoga prudenza riguarda i pazienti in trattamento con farmaci psichiatrici.

“Alcuni antidepressivi, antipsicotici e stabilizzatori dell’umore possono ridurre la capacità dell’organismo di disperdere il calore oppure alterare la percezione della sete. Anche in questo caso le terapie non devono essere interrotte, ma è opportuno programmare un confronto con il medico quando iniziano le ondate di calore”, aggiunge Montagnani.

Infine, FADOI invita a non sottovalutare l’impatto sanitario delle temperature estreme. “Il caldo può uccidere. Durante le grandi ondate di calore aumenta la mortalità, soprattutto tra anziani e persone con patologie croniche. Per questo la prevenzione rappresenta la terapia più efficace: idratarsi correttamente, evitare l’esposizione nelle ore centrali della giornata, controllare le persone sole e fragili e seguire sempre le indicazioni del proprio medico. Sono comportamenti semplici che possono salvare la vita”, conclude Andrea Montagnani, presidente nazionale FADOI.

Fonte: askanews.it

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SIMI-FADOI: riconoscere terapie semintensive in reparti medicina interna

“Norme ferme al 1988, ma il 60% dei pazienti è ad alta complessità”

Riformare i criteri di accreditamento dei reparti di Medicina Interna, superando norme obsolete risalenti a quasi quarant’anni fa, per riconoscere ufficialmente le terapie semintensive all’interno delle stesse unità operative. È questo il forte appello congiunto lanciato oggi a Bologna dalle principali società scientifiche della medicina interna SIMI – Società Italiana di Medicina Interna e FADOI – Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti, insieme a SIMEU, ACEMC e all’Università di Bologna, in occasione del Meeting Nazionale “La Terapia Semintensive in Medicina Interna. Appropriatezza clinico-organizzativa, efficienza gestionale e sicurezza del paziente”.

Oggi i requisiti di personale medico-infermieristico nei reparti di Medicina Interna sono ancora regolati da decreti ministeriali del 1988, che classificano queste strutture come “a bassa intensità di cura”. “Negli anni ’80 del secolo scorso il mondo era completamente diverso, i pazienti non erano così complessi né acuti e non avevano i bisogni assistenziali odierni”, spiega il prof. Nicola Montano, Presidente SIMI: “Oggi la realtà è radicalmente mutata: uno studio congiunto SIMI-FADOI pubblicato nel 2025 dimostra che ben il 60% dei degenti presenta un’intensità di cura medio-alta (analisi svolta sui pazienti ricoverati nei reparti lombardi1). Gestiamo malati estremamente complessi che spesso si complicano proprio durante la degenza, manifestando patologie acute come edemi polmonari, insufficienze respiratorie, sepsi importanti o shock settici. Per questo motivo i reparti di Medicina Interna hanno l’assoluta necessità di avere al proprio interno strutture di terapia semintensiva: letti dotati di un livello di monitoraggio più elevato e di un maggior numero personale specializzato”.

Attualmente il riconoscimento di queste strutture avviene in modo frammentario a seconda della regione, senza sistematicità nella programmazione sanitaria nazionale o nel loro accreditamento. “Siamo consapevoli delle attuali difficoltà gestionali delle aziende sanitarie, legate in primis alla carenza e al difficile reperimento di personale infermieristico, che renderebbero impossibile un’attivazione immediata e di massa di questi letti in tutti i reparti d’Italia – prosegue il prof. Montano -. La richiesta formale e immediata alle istituzioni è però quella di ottenere prima di tutto il diritto e il riconoscimento giuridico della possibilità di averle”.

Da Bologna parte quindi un’azione istituzionale sinergica che unisce e dà voce a tutti gli internisti e i medici d’urgenza italiani. L’obiettivo nato da questa tavola rotonda è la produzione di un documento ufficiale sullo stato dell’arte delle terapie semintensive internistiche e delle medicine d’urgenza, un dossier programmatico che verrà portato ad AGENAS (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali) e al Ministero della Salute per richiedere formalmente l’attivazione e il riconoscimento strutturale di queste unità nel Servizio Sanitario Nazionale.

“Le evidenze presentate oggi confermano ciò che gli internisti ospedalieri vivono quotidianamente nei reparti di tutta Italia: la Medicina Interna è diventata il principale luogo di cura della complessità clinica e dell’instabilità assistenziale. I nostri pazienti richiedono sempre più frequentemente livelli di monitoraggio e intensità di cura che gli attuali modelli organizzativi non riconoscono ancora adeguatamente”, afferma il Prof. Andrea Montagnani, Presidente FADOI: “Inoltre, le aree semintensive internistiche rappresentano un investimento sulla sicurezza dei pazienti, sull’appropriatezza dei percorsi e sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale. Come FADOI siamo pronti a contribuire alla definizione di modelli organizzativi, standard professionali e percorsi formativi che consentano di sviluppare in modo omogeneo queste realtà su tutto il territorio nazionale”.

Il congresso, che vede l’Azienda USL di Bologna e l’Ospedale Maggiore fare da laboratorio e capofila di questo percorso di empowerment professionale, ha ridefinito la figura dell’internista del XXI secolo come un “hospitalist” a 360°, capace di coniugare autorevolezza scientifica e gestione appropriata del malato critico. Per operare in questi contesti ad alta intensità assistenziale, il dibattito condotto da Rodolfo Sbrojavacca (Udine), e arricchito dal contributo di Fabio Piscaglia (Direttore della Scuola di Medicina Interna dell’Università di Bologna), ha affrontato la sfida della formazione e la definizione dei “core clinical tasks”, i compiti clinici fondamentali. Si tratta delle competenze e delle attività pratiche essenziali che i medici devono assolutamente padroneggiare per curare i pazienti in sicurezza, tra cui spiccano una solida preparazione sulla ventilazione non invasiva, la gestione del monitoraggio emodinamico, l’esecuzione dell’ecografia bedside POCUS (Point of Care Ultrasound, metodica diagnostica rapida e non invasiva eseguita direttamente al letto del paziente) e la gestione tempestiva delle emergenze cardio-respiratorie. Le società scientifiche chiedono che la politica sanitaria adegui i decreti ministeriali a questa evoluzione clinica, garantendo standard formativi rigorosi e risorse adeguate alla reale complessità dei pazienti.

Fonte: Askanews

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Ricerca clinica, Italia quarta in Europa per volume trial attivati

Ma troppo lenta nella fase di arruolamento

L’Italia è al quarto posto tra i Paesi europei come volume complessivo di trial clinici attivati, dimostrando dunque una elevata attrattività nella ricerca clinica, ma persistono ritardi organizzativi e criticità operative che limitano significativamente la competitività del sistema e la capacità di arruolare pazienti negli studi clinici internazionali: il nostro Paese impiega mediamente 148 giorni per iniziare la fase effettiva di arruolamento, 36 in più rispetto alla Spagna. È quanto emerge dal Rapporto 2025 “Missed Opportunities”, realizzato dal Laboratorio sul Management delle Sperimentazioni Cliniche di ALTEMS (Lab MSC) – Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi sanitari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore nel campus di Roma in collaborazione con Farmindustria e con il contributo non condizionante di sette aziende farmaceutiche partner.

Gli esperti hanno stimato che, mediamente, ogni 2,5 giorni di ritardo corrispondono a un paziente perso per studio; complessivamente questo si traduce nell’arco di 3 anni in 10.540 pazienti in meno arruolati nel nostro paese. Il mancato arruolamento osservato potrebbe aver comportato una perdita potenziale di circa 180 milioni di euro per il Ssn nel triennio 2022-2025.

“Questo progetto – sottolinea Emmanouil Tsiasiotis, direttore dell’ALTEMS Lab MSC – dimostra quanto sia strategico raccogliere e analizzare in modo sistematico i dati della ricerca clinica per trasformarli in evidenze utili alla governance del sistema. Per la prima volta in Italia abbiamo utilizzato i dati del CTIS (Clinical Trials Information System) integrandoli con dati operativi delle aziende, con l’obiettivo di misurare la competitività del Paese rispetto agli altri sistemi europei. Il nostro obiettivo è contribuire allo sviluppo di una governance della ricerca clinica basata su KPI (Key Performance Indicator) condivisi, trasparenza e benchmarking continuo. In questo percorso ALTEMS si propone come partner strategico dal punto di vista metodologico, analitico e infrastrutturale, a supporto di istituzioni, industria e centri sperimentali.”

Attrarre studi clinici in Italia è prioritario – afferma Marcello Cattani, Presidente di Farmindustria -. In primo luogo per i cittadini, che attraverso i trial possono accedere rapidamente a terapie innovative. Inoltre, per rafforzare l’ecosistema italiano della Ricerca e delle partnership pubblico-privato, oltre che per offrire possibilità di crescita professionale a medici e ricercatori. Ogni anno in Italia le imprese farmaceutiche investono oltre 800 milioni di euro in ricerca clinica, spesso nelle strutture del Servizio Sanitario Nazionale. E vogliono continuare a farlo perché credono nelle tante eccellenze italiane. Occorre un deciso scatto in avanti, come evidenzia lo studio di Altems, per ridurre i tempi di accesso all’innovazione e rendere la nostra Nazione sempre più competitiva’.

Il progetto, coordinato dal direttore del Lab MSC Emmanouil Tsiasiotis, la project manager Francesca Orsini e il coordinatore dell’analisi statistica Vincenzo Nardelli, rappresenta una delle prime esperienze in Europa, e la prima in Italia di utilizzo sistematico del Clinical Trials Information System (CTIS), la piattaforma introdotta dal Regolamento Europeo n. 536/2014 che raccoglie i dati pubblici relativi alle sperimentazioni cliniche autorizzate nei Paesi membri. Attraverso questa infrastruttura dati, il Laboratorio MSC ALTEMS ha sviluppato un’analisi comparativa della performance italiana rispetto ai principali competitor europei — tra cui Spagna, Germania, Francia, Polonia, Belgio e Paesi Bassi — lungo l’intero “trial journey”: dall’autorizzazione regolatoria all’attivazione dei centri, dall’avvio dell’arruolamento fino alla chiusura del reclutamento.

L’analisi retrospettiva ha preso in esame circa 1.100 studi clinici multinazionali condotti nel periodo compreso tra l’1 febbraio 2022 e il 30 giugno 2025, utilizzando dati pubblici estratti dal CTIS e dati operativi condivisi dalle aziende partecipanti. Per approfondire le dinamiche di arruolamento, il progetto ha inoltre integrato dati relativi a 126 studi e oltre 1.700 pazienti arruolati in Italia, forniti dalle aziende partecipanti.

I risultati confermano che l’Italia mantiene un’elevata attrattività in termini di numero di studi clinici attivati, collocandosi tra i principali Paesi europei e al quarto posto per volume complessivo di trial. Tuttavia, il confronto con la Spagna evidenzia un gap di circa 450 studi clinici nel periodo analizzato, nonostante una sovrapposizione superiore al 75% del portafoglio di studi multinazionali tra i due Paesi.

Secondo il Rapporto, il principale elemento critico emerge nelle fasi operative successive all’autorizzazione regolatoria. In Italia trascorrono mediamente oltre 148 giorni prima dell’avvio effettivo dell’arruolamento, con un ritardo di circa 36 giorni rispetto alla Spagna. Anche dopo l’attivazione formale dei centri, il sistema italiano richiede ulteriori giorni per reclutare il primo paziente, comprimendo così la finestra utile di arruolamento. La durata effettiva della recruitment window in Italia risulta infatti inferiore rispetto ai principali competitor europei, in particolare nelle aree cardio-metabolica, neurologica e immunologica.

Questi ritardi hanno un impatto diretto sulla capacità di reclutamento dei pazienti. Le analisi mostrano che Spagna e Polonia presentano i livelli medi più elevati di pazienti arruolati per studio e le migliori performance nel raggiungimento dei target pianificati, mentre l’Italia registra valori inferiori sia per numero medio di pazienti pianificati sia per numero di pazienti effettivamente reclutati.

Particolarmente rilevante è il dato sulla velocità di arruolamento (“recruitment speed”), calcolata come rapporto tra pazienti arruolati e durata della finestra di reclutamento. Negli studi di fase III, la velocità italiana risulta circa la metà di quella osservata in Spagna, evidenziando un significativo divario competitivo nella gestione dei trial di fase avanzata.

Per quantificare l’impatto di questi ritardi, ALTEMS ha sviluppato un modello di regressione basato sui dati aggregati degli studi di fase III. L’analisi evidenzia una relazione diretta tra ritardo cumulativo nelle fasi iniziali del ”trial journey” e riduzione dell’arruolamento: mediamente, ogni 2,5 giorni di ritardo corrispondono a un paziente perso per studio. Simulando uno scenario controfattuale in cui l’Italia avesse performance temporali comparabili alla Spagna, il Rapporto stima che il sistema italiano avrebbe potuto arruolare circa 10.540 pazienti in più nel triennio analizzato.

Lo studio evidenzia inoltre una forte eterogeneità territoriale. Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna si confermano le principali regioni italiane per attrattività e capacità di arruolamento, mentre altre aree mostrano livelli significativamente inferiori di partecipazione agli studi multicentrici internazionali.

Il Rapporto collega, inoltre, le “missed opportunities” all’impatto economico della ricerca clinica. Secondo le analisi del progetto ALTEMS “Averted Costs”, ogni euro investito direttamente dalle aziende farmaceutiche genera circa tre euro di valore indiretto per il Servizio Sanitario Nazionale. Applicando questo modello alle stime del progetto “Missed Opportunities”, il mancato arruolamento osservato potrebbe aver comportato una perdita potenziale di circa 180 milioni di euro nel triennio 2022-2025.

Il progetto “Missed Opportunities” nasce con l’obiettivo di porre le basi per un modello italiano di monitoraggio della performance della ricerca clinica ispirato all’esperienza del progetto BEST spagnolo, attraverso lo sviluppo di KPI istituzionali condivisi e comparabili. In questa prospettiva, ALTEMS e il Laboratorio sul Management delle Sperimentazioni Cliniche si propongono come partner metodologico e infrastrutturale a supporto di AIFA, AGENAS, Farmindustria e centri sperimentali per rafforzare la governance della ricerca clinica italiana

Fonte: Askanews

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Mindfulness, in Italia la pratica cresce al 12,5%

Wanderlust svela i talent del Mindful Triathlon

In occasione della Giornata Mondiale della Mindfulness (8 giugno), Wanderlust svela il palinsesto talent 2026 che porterà a Venezia (19 settembre, Parco San Giuliano), Milano (26-27 settembre, Parco CityLife) e Roma (3 ottobre, Parco del Ninfeo, EUR) Wanderlust 108, l’unico Mindful Triathlon al mondo.

In un’epoca dominata da ritmi accelerati, iperconnessione e sovraccarico di stimoli, cresce il bisogno di rallentare e riconnettersi. I numeri lo confermano: dal 2018 a oggi, la percentuale di persone che pratica meditazione è passata dal 29% al 35% a livello globale (+6%) e in Italia il 12,5% pratica con costanza la mindfulness, a conferma che il “mindful living” è un trend in crescita. Le persone, quindi, sembrano voler investire sempre di più in pratiche all’insegna della cura di sé. Una richiesta di consapevolezza autentica a cui Wanderlust 108 risponde con il Mindful Triathlon e tutto l’universo Wanderlust, un ecosistema di esperienze che coniuga movimento, consapevolezza, crescita personale e socialità sobria all’interno di una manifestazione dedicata al benessere della persona.

Ad accompagnare questa evoluzione del benessere ci saranno le voci e l’energia di Filippo Ferraro, EMCEE che guiderà il pubblico alla scoperta dei protagonisti italiani dello yoga e della mindfulness del main stage di Wanderlust 108: da Meg Vibes, fondatrice del metodo “Body of Elements” a Francesca Cassia e Roberto Milletti, pionieri del metodo Odaka Yoga, fino a Michela Maltoni, che insegna il movimento come pratica di ascolto e presenza, Francesca Carol Rolla, esperta di meditazione e SUP Yoga, Sara Usai, che per la prima volta porta sul palco un Sound Bath Concert, e Livia Laguz Marigliano, autrice dell’approccio della Medicina Immaginale Sciamanica Veterinaria.

“Con il nostro palinsesto abbiamo voluto unire voci e approcci diversi, ognuna con il proprio vissuto e il proprio modo unico di vivere lo yoga e il benessere. Non abbiamo imposto una visione univoca, ma abbiamo valorizzato l’intenzione personale di ciascun talent, perché ogni partecipante possa riconoscersi in qualcosa di autentico. È questo il cuore di Wanderlust: un’esperienza che lascia il segno in modo diverso per ciascuno”, dichiara Emanuela Antoniazzi, Talent Manager Wanderlust Italia.

Il Mindful Triathlon di Wanderlust 108 inizia con i 5 km di corsa (o camminata), un momento energetico in cui conta l’impegno di esserci e non il risultato. Subito dopo ci si sposterà sul Main Stage: è qui che prenderanno il via le sessioni di yoga flow e meditazione collettiva guidate dai 5 talent d’eccezione di questa edizione.

La giornata di Wanderlust 108 si apre con il Mindful Triathlon, che consiste in una corsa di 5 km. Segue un’ora di yoga flow sul Main Stage e si chiude con venti minuti di meditazione collettiva. Attorno al Triathlon si sviluppa il Wanderlust Village: oltre quaranta esperienze distribuite tra Main Stage, Gratitude Stage e aree tematiche con lezioni high-energy, pratiche di rilassamento, workshop e corner esperienziali dei brand partner. All’interno del Village per gli appassionati di artigianato, c’è il Kula Market, il mercatino solidale del festival, e il True North Café con proposte orientate al benessere (sono previsti menu vegetariani e vegani). L’intero Village (mercatino, Café, experiences, partner areas) è aperto tutto il giorno sia ai partecipanti con biglietto sia ai visitatori. Con l’arrivo della golden hour – dalle 17.00 alle 21.00 – protagonista assoluto è il Wander Party con DJ set tribali, live performance, mocktail creativi (cocktail analcolici sofisticati) e diverse experiences.

Nata a New York nel 2009, Wanderlust è una piattaforma di lifestyle yoga e mindful living presente in 21 paesi su cinque continenti. La sua missione è guidare le persone nella ricerca del proprio True North: un percorso continuo verso la versione migliore di sé, che si costruisce attraverso la pratica, la community e la condivisione. Il simbolo 108 di Wanderlust si ispira al numero sacro dello yoga, che ricorda ciò che ci lega: unione nell’umanità e compassione (1), completezza, come un cerchio (0) e le infinite possibilità del viaggio verso la scoperta del vero Nord (8).

In Italia dal 2017, il brand è prodotto in esclusiva da 2night S.p.A. Inoltre, il progetto vanta un’anima green che vive attraverso “Wander Without Waste”, l’ambizioso programma di sostenibilità del festival che si articola in una serie di iniziative, tra cui postazioni per ricaricare l’acqua (water station), isole ecologiche, plastica zero e la welcome bag digitale. A questo si aggiungono collaborazioni attive con Treedom, Fondazione Libellula e Dhub con l’obiettivo di tradurre l’impegno green in azioni concrete e condivise durante gli eventi.

Fonte: Askanews

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Salute, SIDeMaST: 10 regole per proteggere la pelle in estate

Quaglino: “Danno solare? Non esitono solo i raggi UV”

Con l’arrivo dell’estate torna l’attenzione sui rischi legati all’esposizione al sole e sull’importanza di una corretta fotoprotezione. Ma se per anni la prevenzione si è concentrata soprattutto sul Fattore di Protezione Solare (SPF) e sui raggi ultravioletti, oggi la dermatologia guarda a una prospettiva più ampia che comprende l’intero “esposoma solare”, ovvero l’insieme dei fattori ambientali che influenzano la salute della pelle.

“L’esposizione solare rappresenta un fattore biologico fondamentale per la salute umana. Da un lato favorisce la sintesi della vitamina D e contribuisce al benessere psicofisico, dall’altro, quando è eccessiva o cumulativa, può provocare danni importanti alla pelle, accelerare i processi di invecchiamento cutaneo e aumentare il rischio di tumori cutanei”, spiega il Prof. Pietro Quaglino, Direttore della Clinica Dermatologica della Azienda Ospedaliera Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino, Professore di Dermatologia dell’Università degli Studi di Torino e membro del Consiglio Direttivo SIDeMaST, Società Italiana di Dermatologia. .

I danni da esposizione ai raggi UV sono ben noti. Gli UVA, che costituiscono circa il 95% delle radiazioni ultraviolette che raggiungono la superficie terrestre, penetrano più profondamente nel derma e favoriscono la formazione di specie reattive dell’ossigeno responsabili dello stress ossidativo e del fotoinvecchiamento. Gli UVB, invece, sono i principali responsabili dell’eritema solare e dei danni diretti al DNA che possono favorire lo sviluppo di neoplasie cutanee, tra cui carcinoma basocellulare, carcinoma squamocellulare e melanoma.

“Oggi però sappiamo che il danno cutaneo non dipende esclusivamente da UVA e UVB – sottolinea il Prof. Quaglino – anche la luce visibile, in particolare la componente blu-violetta, e la luce blu ad alta energia possono svolgere un ruolo rilevante nei fenomeni di iperpigmentazione, nel melasma e nei processi di fotoinvecchiamento. Per questo la protezione richiesta non è più soltanto anti-UV ma deve diventare multispettrale”.

Negli ultimi anni le evidenze scientifiche hanno infatti dimostrato l’importanza di proteggere la pelle anche da altre componenti della radiazione solare. Ad esempio, i filtri colorati cosiddetti “tinted sunscreens” contenenti ossidi di ferro garantiscono una protezione superiore dalla luce visibile rispetto ai prodotti non colorati in condizioni come melasma e iperpigmentazione post-infiammatoria. Parallelamente, la comunità scientifica internazionale sta lavorando alla definizione di nuovi parametri per misurare la protezione dalla luce visibile: “Il Fattore di Protezione Solare infatti, seppur fondamentale, misura solo l’esposizione UVB e non fornisce una misurazione della fotoprotezione cumulativa UVA indotta né per la luce visibile”.

Ma il cambiamento più significativo riguarda proprio il concetto di esposoma solare. “Quando parliamo di esposoma non ci riferiamo soltanto ai raggi UV – spiega il Prof. Quaglino – la pelle è costantemente esposta all’azione combinata di luce visibile, luce blu ad alta energia, infrarossi, calore, inquinamento atmosferico, fumo e fattori climatici. Tutti questi elementi possono interagire tra loro amplificando il danno biologico e accelerando i processi di invecchiamento cutaneo”.

Si parla sempre più infatti di “environmental aging”, un concetto che comprende ma supera il tradizionale photoaging. L’obiettivo non è più soltanto evitare le scottature, ma ridurre il danno cumulativo che si accumula nel corso degli anni, limitare l’invecchiamento della pelle, le alterazioni pigmentarie e il rischio di dermatosi fotoindotte.

“Il concetto innovativo è che il danno cutaneo può derivare dall’interazione di molteplici fattori ambientali che agiscono contemporaneamente o in momenti diversi dell’anno – aggiunge Quaglino – per questo motivo la moderna dermatologia punta sempre più a prevenire e modulare il danno solare cumulativo, piuttosto che limitarsi a trattare le sue conseguenze”.

In questo scenario diventa centrale il concetto di fotoprotezione personalizzata, che prevede strategie differenti in base alle caratteristiche individuali della persona, all’età, al fototipo, all’esposizione professionale e alla presenza di specifiche patologie dermatologiche.

“Non esiste una protezione uguale per tutti – evidenzia il Prof. Quaglino – le esigenze di un bambino, di una persona con melasma, di un paziente immunodepresso o di chi svolge attività lavorative all’aperto sono profondamente diverse. Il dermatologo può individuare il percorso più appropriato in funzione delle caratteristiche della pelle e del tipo di esposizione ambientale cui ciascun individuo è sottoposto”.

Tra le nuove frontiere della ricerca dermatologica emerge inoltre la cosiddetta fotoprotezione biologica, che punta a sostenere e rafforzare i sistemi di difesa naturali della pelle contro lo stress ossidativo, l’infiammazione e i danni al DNA indotti dai fattori ambientali.

“La fotoprotezione biologica rappresenta un approccio complementare rispetto ai tradizionali filtri solari – conclude Quaglino – l’obiettivo è intervenire sui meccanismi cellulari e molecolari coinvolti nel danno cutaneo. Le evidenze disponibili sono ancora in evoluzione e saranno necessari ulteriori studi, ma si tratta certamente di uno dei filoni più promettenti della dermatologia contemporanea”.

Per affrontare in sicurezza la stagione estiva, SIDeMaST ricorda che la protezione più efficace deriva dall’associazione tra corretto utilizzo dei prodotti fotoprotettivi, comportamenti responsabili e consulenza specialistica quando necessaria.

Il decalogo SIDeMaST per una corretta esposizione al sole 1. Scegliere un fattore di protezione adeguato al proprio fototipo, all’intensità dell’esposizione e alle condizioni ambientali, privilegiando SPF 30 o superiore. 2. Applicare la protezione almeno 20-30 minuti prima dell’esposizione al sole per consentire ai filtri chimici di attivare la reazione che porta allo sviluppo della protezione solare. 3. Utilizzare una quantità adeguata di prodotto: una dose troppo elevata è inutile, una dose ridotta diminuisce significativamente il livello di protezione indicato. 4. Distribuire la protezione uniformemente su tutte le aree esposte, senza dimenticare orecchie, collo, mani, piedi e labbra (opportuno applicare la crema di protezione a casa e non in spiaggia). 5. Applicare la protezione anche nelle giornate nuvolose. 6. Riapplicarla dopo bagno, attività sportiva o sudorazione intensa, anche se il prodotto è resistente all’acqua. 7. Evitare l’esposizione diretta nelle ore centrali della giornata, generalmente tra le 11 e le 15. 8. Proteggersi anche in montagna, in barca e durante le attività all’aperto, dove acqua, sabbia e neve aumentano la riflessione delle radiazioni. 9. Prestare particolare attenzione alla protezione dei bambini, utilizzando prodotti specifici e misure di schermatura fisica. 10. Ricordare che la crema solare non elimina completamente i rischi dell’esposizione e non consente di esporsi al sole senza limiti di tempo: deve essere associata a cappelli, occhiali da sole, indumenti adeguati e comportamenti responsabili.

Fonte: Askanews

Tiso(Accademia IC): “Valore terapeutico del rapporto anziani-animali”

Riduzione dello stress, un miglioramento delle relazioni interpersonali

“Negli ultimi anni, il rapporto tra anziani e animali ha assunto un ruolo sempre più rilevante nell’ambito del benessere psicofisico. Numerosi studi e esperienze sul campo dimostrano come la presenza di un animale possa apportare benefici significativi alla salute emotiva, cognitiva e sociale delle persone in età avanzata, soprattutto in contesti di solitudine, fragilità o istituzionalizzazione. Gli animali da compagnia, in particolare cani e gatti, infatti offrono una presenza costante, non giudicante e affettivamente stabile. Accudire un animale favorisce il senso di utilità, riduce l’ansia e contribuisce a migliorare l’umore, contrastando sentimenti di vuoto e abbandono. Esempi virtuosi sono proprio la Pet Therapy, e gli Interventi Assistiti con gli Animali, sempre più diffusi in case di riposo, RSA e centri diurni. Questi interventi strutturati, condotti da professionisti qualificati, utilizzano animali appositamente addestrati per migliorare la qualità della vita degli anziani. I risultati mostrano una riduzione dello stress, un miglioramento delle relazioni interpersonali e una maggiore partecipazione alle attività di gruppo. Insomma, il rapporto terapeutico tra anziani e animali rappresenta una risorsa preziosa per promuovere benessere, dignità e qualità della vita nella terza età. Che si tratti di un animale da compagnia o di interventi strutturati, questo legame si conferma un potente strumento di cura, capace di rispondere non solo a bisogni fisici, ma anche emotivi e relazionali. Investire in questo tipo di relazione significa valorizzare una forma di terapia naturale, empatica e profondamente umana”. Così, in una nota, Carmela Tiso, portavoce nazionale di Accademia Iniziativa Comune e presidente della associazione Bandiera Bianca.

Fonte: askanews.it

Cure palliative, Università Cattolica: al via Master per i medici e le professioni sanitarie

Giovedì 22. Interventi di Paola Binetti, Francesco Zaffini e Giuseppe Fioroni

Si terrà giovedì 22 gennaio, alle ore 9.30 nell’Aula Brasca del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS, la Giornata inaugurale dell’VIII edizione del Master in Alta formazione e qualificazione in cure palliative di II livello, rivolta ai medici, e dell’XI edizione del Master in Cure palliative e terapie del dolore per professioni sanitarie, attivi presso il campus di Roma dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

L’evento sarà un’opportunità per riflettere, a partire dai programmi formativi della Facoltà di Medicina e chirurgia, sui temi delle Cure palliative come diritto e livello essenziale di assistenza per pazienti di tutte le età e con ogni tipo di patologia, e della pianificazione di percorsi assistenziali personalizzati, favorendo al tempo stesso il raccordo operativo con i servizi territoriali, come sperimentato nell’attività del Servizio di Cure Palliative intraospedaliere del Policlinico Gemelli istituito nel 2016 e attualmente afferente all’Unità Operativa Complessa Cure Palliative e Geriatria Oncologica.

La giornata sarà aperta alle ore 9.30 da Alessandro Sgambato, Preside della Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, S. E. Mons. Claudio Giuliodori, Assistente Ecclesiastico generale dell’Ateneo, Daniele Piacentini, Direttore Generale della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, Antonio Gasbarrini, Direttore Scientifico della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, e Graziano Onder, Ordinario di Medicina Interna e docente di Medicina e Cure Palliative, direttore dei Master e dell’Unità Cure Palliative e Geriatria Oncologica della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS.

Alle ore 10.00 la Lettura Magistrale di Giorgio Trizzino, Medico Palliativista, dal titolo “Oltre la Malattia: il ruolo delle Cure Palliative nella Medicina Contemporanea” cui seguirà un intervento di Francesco Zaffini, Presidente della Commissione Affari Sociali, Sanità, Lavoro Pubblico e Privato, Previdenza Sociale del Senato della Repubblica. Parteciperanno alla discussione Paola Binetti, Professore Emerito di Storia della Medicina (Università Campus Bio-medico) e Giuseppe Fioroni, Vicepresidente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori e della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS.

Alle ore 11 la Tavola Rotonda dal titolo “Cure palliative: Il ruolo dell’Università e delle Istituzioni”, moderata da Graziano Onder, con la partecipazione di Massimo Antonelli, Ordinario di Anestesiologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Presidente della Sezione O del Ministero della Salute (che si occupa dell’attuazione dei principi per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore), Walter Bergamaschi, Direttore Generale della Programmazione Sanitaria al Ministero della Salute, Americo Cicchetti, Ordinario di Organizzazione Aziendale all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Commissario Straordinario AGENAS, Maria Grazia De Marinis, Ordinario di Scienze Infermieristiche generali, cliniche e pediatriche all’Università Campus Bio-medico e membro del Consiglio Superiore di Sanità, Maria Luisa Di Pietro, Associato di Medicina Legale all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Vicepresidente del Comitato Nazionale di Bioetica, Alberto Gambino, Ordinario di Diritto Privato all’Università Europea di Roma e membro del Comitato Nazionale di Bioetica, e Francesco Scarcella, Coordinatore della Rete regionale Cure Palliative della Regione Lazio.

Al termine dell’evento la cerimonia di consegna dei diplomi del Master in Cure Palliative di II livello per l’anno accademico.2023/2024.

“L’incontro rappresenta un’importante occasione di confronto e coordinamento tra i principali attori istituzionali impegnati nel campo delle Cure Palliative, finalizzata ad analizzare i temi emergenti, condividere buone pratiche e contribuire alla definizione delle priorità future del settore – anticipa il Professor Graziano Onder -. È particolarmente significativo che l’iniziativa si svolga all’interno di un ospedale universitario: l’università è infatti chiamata a svolgere un ruolo strategico nella formazione dei professionisti sanitari sulle Cure Palliative e sui temi del fine vita, promuovendo una cultura della cura attenta alla dignità della persona. Al tempo stesso, l’ospedale rappresenta il luogo privilegiato in cui le Cure Palliative devono essere pienamente integrate nei percorsi assistenziali, assumendo un ruolo centrale nella presa in carico globale del paziente e della sua famiglia. Ogni riflessione seria e responsabile sul fine vita non può prescindere dal pieno sviluppo e dalla corretta applicazione delle Cure Palliative, che rappresentano il presupposto fondamentale per garantire sollievo dalla sofferenza, appropriatezza delle scelte e rispetto della volontà della persona”.

Fonte: askanews.it