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Salute, StareAccanto: quando la formazione diventa cura

Progetto di formazione online per familiari, caregiver e assistenti

Quando una demenza entra in famiglia, non cambia soltanto la vita della persona che riceve la diagnosi. Cambiano le abitudini, le relazioni, i tempi della quotidianità e gli equilibri dell’intero nucleo familiare.

Chi si prende cura di un genitore, di un coniuge o di un’altra persona cara si trova spesso ad affrontare responsabilità complesse senza una preparazione specifica: comprendere comportamenti improvvisi, comunicare quando le parole sembrano perdere il loro significato, gestire momenti di agitazione o di rifiuto, organizzare l’assistenza e orientarsi tra servizi, pratiche burocratiche e strumenti di tutela.

Da questa esigenza nasce StareAccanto, un progetto di formazione esclusivamente online pensato per offrire strumenti concreti, conoscenze affidabili e indicazioni immediatamente applicabili a chi assiste a domicilio una persona affetta da Alzheimer o da altre forme di demenza. Il progetto è realizzato con il patrocinio del Comune di Bogogno.

L’obiettivo è colmare lo spazio che spesso separa la diagnosi dalla vita di tutti i giorni. La cura quotidiana, infatti, è composta da centinaia di piccoli gesti e decisioni: come reagire a un comportamento inatteso, come affrontare il rifiuto del cibo o dell’igiene personale, come mantenere una relazione significativa, quali attività proporre, quando chiedere aiuto e come orientarsi tra le diverse possibilità assistenziali.

StareAccanto nasce dall’esperienza reale di chi ha vissuto in prima persona il ruolo di caregiver e dalla consapevolezza che l’affetto, pur essendo indispensabile, deve essere accompagnato da competenze adeguate. La formazione diventa così uno strumento per ridurre il senso di inadeguatezza, comprendere meglio ciò che sta accadendo e affrontare le scelte quotidiane con maggiore lucidità e sicurezza.

I percorsi formativi sono realizzati con il contributo di professionisti provenienti da differenti ambiti e adottano un approccio multidisciplinare. I contenuti affrontano la comprensione della malattia, la comunicazione e la relazione, la gestione dei comportamenti, gli aspetti pratici e infermieristici dell’assistenza, le attività creative e di stimolazione, l’orientamento burocratico, le tutele giuridiche e l’accompagnamento nelle fasi più delicate del percorso.
La scelta di una piattaforma interamente online risponde alle esigenze concrete di chi presta assistenza e dispone spesso di poco tempo libero. Le lezioni sono organizzate in moduli brevi e chiari, possono essere seguite da casa, nei momenti più compatibili con gli impegni di cura, e possono essere consultate nuovamente ogni volta che se ne avverte la necessità. L’offerta formativa viene inoltre aggiornata con nuovi contenuti, così da costruire nel tempo una raccolta sempre più ampia di strumenti dedicati alla quotidianità delle famiglie.

Il progetto si rivolge ai familiari che assistono un genitore, un coniuge o una persona cara, ai caregiver, agli assistenti familiari e, più in generale, a chi desidera acquisire conoscenze pratiche per vivere il percorso di assistenza con maggiore consapevolezza. Non una formazione astratta, dunque, ma contenuti costruiti intorno alle domande che emergono ogni giorno nelle case: “Sto facendo la cosa giusta?”, “Come posso aiutarlo davvero?”, “Perché reagisce in questo modo?”, “Come posso affrontare questa situazione senza sentirmi solo?”.

StareAccanto propone un nuovo modo di intendere la formazione: non come semplice trasmissione di nozioni, ma come forma concreta di accompagnamento. Conoscere meglio la malattia non elimina le difficoltà, ma può aiutare a interpretarle, a prevenire alcuni momenti di crisi, a chiedere supporto con maggiore consapevolezza e a preservare, per quanto possibile, la qualità della relazione tra la persona assistita e chi se ne prende cura.

Al centro del progetto rimane la famiglia, intesa non soltanto come luogo nel quale si svolge l’assistenza, ma come parte integrante del percorso di cura. Sostenere chi assiste significa infatti contribuire anche al benessere della persona fragile, alleggerendo il carico emotivo, organizzativo e decisionale che troppo spesso viene affrontato in solitudine.

StareAccanto vuole così costruire una comunità di conoscenza e di sostegno nella quale competenza, esperienza e sensibilità possano incontrarsi. Perché prendersi cura è un gesto d’amore, ma nessuno dovrebbe essere costretto a imparare da solo come farlo.

Fonte: askanews.it

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Distrofia di Duchenne, Cnr: nuove evidenze ruolo microbiota intestinale

Studio pubblicato su rivista Journal of Translational Medicine

Lo studio, condotto dai ricercatori del Cnr-Icb di Napoli e pubblicato sulla rivista Journal of Translational Medicine, identifica molecole prodotte dal microbiota intestinale in grado di contrastare la degenerazione muscolare nella distrofia muscolare di Duchenne, fornendo nuove evidenze sul ruolo dell’asse microbiota-muscolo nella progressione della malattia.

Un nuovo tassello si aggiunge alla comprensione della Distrofia Muscolare di Duchenne (DMD), malattia rara geneticamente trasmessa che causa la degenerazione irreversibile del tessuto muscolare. Uno studio condotto dal gruppo di ricerca coordinato da Fabio Arturo Iannotti presso l’Istituto di Chimica Biomolecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Pozzuoli (Cnr-Icb) ha portato alla luce come specifici batteri intestinali, appartenenti principalmente al genere Bacteroides, attraverso specifiche classi di metaboliti siano necessari per le funzioni muscolari e svolgano un ruolo chiave nel proteggere il muscolo dalla malattia. La scoperta amplia le conoscenze sul ruolo del microbiota intestinale nella DMD e apre nuove prospettive contro una patologia per la quale ancora non è disponibile una cura efficace.

Negli ultimi anni il microbiota intestinale, straordinario ecosistema costituito di microrganismi che convivono con il nostro organismo, un vero e proprio “organo nascosto”, è emerso come uno dei grandi protagonisti della ricerca biomedica. Oltre a svolgere un ruolo fondamentale nei processi digestivi, produce un vasto repertorio di molecole che agiscono come messaggeri chimici, capaci di modulare funzioni fisiologiche e influenzare la salute di organi e tessuti.

Il nuovo lavoro ha approfondito il ruolo dei metaboliti prodotti dal microbiota, identificando un possibile elemento chiave nella comunicazione tra intestino e muscolo nella carenza di commendamide, prodotta da batteri intestinali appartenenti al genere Bacteroides e strettamente correlata al sistema degli endocannabinoidi. “Questa molecola risulta significativamente ridotta sia in modelli murini che in individui affetti da DMD e i ricercatori hanno dimostrato il nesso con i meccanismi che causano il danno muscolare. Lo studio evidenzia un vero e proprio asse microbiota-muscolo, dimostrando come le molecole prodotte dai batteri intestinali agiscano da mediatori biologici e influenzino funzionalità e vulnerabilità del tessuto muscolare”, spiega Fabio Arturo Iannotti.

Sebbene si tratti di risultati preclinici, la ricerca rappresenta un importante passo avanti. “Il microbiota intestinale è un vero e proprio organo funzionale e comunica con il resto dell’organismo attraverso le molecole prodotte, una complessa rete di segnali biologici che può influenzare tessuti molto distanti, modulando processi fisiologici e patologici. Per malattie rare prive di terapie risolutive, come la Distrofia Muscolare di Duchenne, questi risultati aprono la possibilità di sviluppare strategie innovative”, commenta il ricercatore. La scoperta rappresenta la prosecuzione delle ricerche con cui lo stesso gruppo ha dimostrato per la prima volta che nel modello animale di patologia la composizione del microbiota intestinale risulta essere diversa rispetto agli individui sani. In particolare, evidenziando una significativa riduzione degli acidi grassi a catena corta, tra cui il butirrato, associata ad un’alterazione degli endocannabinoidi. Lo studio multidisciplinare è stato svolto in collaborazione con: Dipartimento di Farmacia e di Scienze Agrarie dell’Università degli Studi di Napoli Federico II; Dipartimento della Donna, del Bambino e di Chirurgia Generale e Specialistica dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”; Centro Clinico NEMO – AORN Ospedali dei Colli, Ospedale Monaldi di Napoli: NUTRISS Centre dell’Università Laval in Québec (Canada).

Fonte: askanews.it

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Individuato meccanismo formazione della mielina durante sviluppo cerebrale

Studio I.R.C.C.S. Neuromed identifica nel recettore mGlu5 un regolatore

Un recettore coinvolto nella comunicazione tra le cellule nervose contribuisce anche alla formazione della mielina durante le prime fasi dello sviluppo cerebrale. È quanto emerge da uno studio condotto dall’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli in collaborazione con Sapienza Università di Roma, Link Campus University e Universidad Complutense de Madrid, pubblicato sulla rivista scientifica Cells.

La mielina è una sostanza composta principalmente da lipidi e proteine che avvolge le fibre nervose, formando una guaina isolante. Grazie a questa struttura, gli impulsi elettrici possono viaggiare rapidamente ed efficacemente lungo i neuroni. A produrla sono gli oligodendrociti, cellule che raggiungono progressivamente la maturità nel corso dello sviluppo del sistema nervoso.

“La formazione della mielina è un processo essenziale per il corretto funzionamento del cervello – dice la dottoressa Roxana Paula Ginerete, ricercatrice del Laboratorio di Neurofarmacologia del Neuromed e prima autrice dello studio. Gli oligodendrociti devono attraversare diverse fasi di maturazione prima di poter rivestire le fibre nervose. Comprendere quali segnali regolano questo percorso ci aiuta a ricostruire uno dei passaggi fondamentali dello sviluppo cerebrale”.

I ricercatori hanno concentrato l’attenzione sul recettore mGlu5, appartenente al gruppo dei Recettori Metabotropici per il Glutammato, particolarmente attivo nel cervello durante le fasi più precoci di maturazione.

Lo studio, condotto su modelli animali e colture cellulari, si è articolato in tre percorsi sperimentali. Nei topi cosiddetti “knockout”, geneticamente privi del recettore mGlu5, i ricercatori hanno osservato una riduzione di alcune proteine coinvolte nella maturazione degli oligodendrociti e nella formazione della mielina. L’effetto è risultato particolarmente evidente nella seconda settimana dopo la nascita. Risultati analoghi sono emersi negli animali nei quali l’attività dello stesso recettore era stata bloccata mediante un farmaco.

Parallelamente, nelle colture cellulari, il blocco del recettore mGlu5 ha ridotto la maturazione degli oligodendrociti senza modificare la proliferazione delle cellule progenitrici dalle quali essi derivano e senza provocare effetti tossici. Questo dato indica che il recettore interviene in modo particolare nel passaggio che porta le cellule immature a diventare capaci di produrre mielina.

“Il recettore mGlu5 – spiega la dottoressa Rosamaria Orlando, ricercatrice dello stesso laboratorio – potrebbe rappresentare uno dei meccanismi attraverso i quali l’attività dei neuroni influenza la maturazione degli oligodendrociti durante una fase critica del neurosviluppo. Il glutammato liberato dalle terminazioni nervose può infatti raggiungere queste cellule e contribuire ad attivare i processi necessari alla formazione della mielina”.

L’effetto osservato dai ricercatori è risultato particolarmente evidente nella seconda settimana dopo la nascita, mentre nelle fasi successive i livelli di gran parte delle proteine analizzate sono tornati comparabili a quelli osservati negli animali di controllo. Un dato che indica come il ruolo di mGlu5 sia particolarmente rilevante in una precisa fase dello sviluppo.

Le conoscenze ottenute potranno contribuire anche allo studio delle patologie nelle quali la mielina non si forma correttamente oppure viene danneggiata. I meccanismi che regolano la mielinizzazione durante lo sviluppo, infatti, potrebbero intervenire anche nei processi attraverso i quali il sistema nervoso adulto cerca di riparare questa struttura.

“Comprendere il processo di formazione e maturazione della mielina rappresenta una base importante per studiare anche i processi necessari al suo recupero – commenta il professor Ferdinando Nicoletti – Professore Ordinario di Farmacologia presso l’Università Sapienza di Roma e Responsabile del Laboratorio di Neurofarmacologia del Neuromed – L’individuazione del ruolo del recettore mGlu5 offre quindi un nuovo punto di partenza per future ricerche rivolte sia ai disturbi del neurosviluppo sia alle patologie caratterizzate da un danno della mielina, quali ad esempio la Sclerosi Multipla”.

Fonte: askanews.it

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Yoga della risata, in autunno tornano in Italia i fondatori, Madan e Madhuri Kataria

Il medico indiano e sua moglie ospiti del VI Congresso Italiano, dal 30 ottobre al 1° novembre sul Lago di Garda

In autunno torneranno in Italia i fondatori dello yoga della risata, il medico indiano Madan Kataria e sua moglie Madhuri: saranno ospiti del VI Congresso italiano, l’evento più atteso del movimento, in programma dal 30 ottobre al 1° novembre, ancora al Parc Hotel di Peschiera del Garda. Madan Kataria terrà un nuovo Advanced Course, in cui presenterà le più recenti ricerche scientifiche riguardanti la risata incondizionata e le ultime novità sulla pratica, inoltre all’evento saranno presenti i migliori trainer italiani e internazionali.

L’iniziativa è promossa dall’Istituto Italiano di Yoga della Risata – che ha condotto a ridere per la prima volta quasi 50mila persone ed è diretto dai Master Trainer Lara Lucaccioni e Matteo Ficara – , con l’obiettivo di divulgare la risata per il benessere delle persone e realizzare la missione del movimento: salute, felicità e pace nel mondo, attraverso questa pratica profondamente trasformativa e con un enorme valore terapeutico complementare, scientificamente validato da quasi 800 ricerche.

Lo yoga della risata è una pratica che dal 1995 ha conquistato oltre 3 milioni di persone in oltre 120 Paesi, basata sull’intuizione unica che il nostro corpo non distingue una risata spontanea da una autoindotta: innumerevoli sono i benefici fisici ed emotivi, dal miglioramento dell’umore e dalla riduzione dello stress, al potenziamento del sistema immunitario.

Fonte: askanews.it

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Blue Mind Theory, l’acqua che calma la mente

E il mondo termale vive il legame tra uomo e acqua

Ci sono gesti che appartengono all’uomo da sempre. Fermarsi davanti all’acqua è uno di questi. Succede davanti al mare, lungo il corso di un fiume, osservando una cascata o immergendosi in una sorgente termale. Il respiro rallenta, il rumore del mondo sembra attenuarsi e la mente smette, anche solo per un momento, di rincorrere pensieri, impegni e distrazioni. È una sensazione che tutti conosciamo, ma che solo negli ultimi anni la scienza ha iniziato a osservare con uno sguardo nuovo.

A renderla celebre è stato il biologo marino Wallace J. Nichols, autore del libro Blue Mind, che ha dato un nome a quello stato mentale di calma, equilibrio e presenza favorito dal contatto con l’acqua. Secondo questa teoria, osservare, ascoltare o immergersi in un ambiente acquatico contribuisce a ridurre lo stress, favorisce il recupero dell’attenzione e migliora il benessere psicofisico. Una visione oggi sostenuta da numerosi studi dedicati ai cosiddetti blue spaces, gli ambienti in cui l’acqua rappresenta l’elemento dominante e che dimostrano come la sua presenza possa influenzare positivamente la salute mentale e la qualità della vita.

Il 23 luglio ricorrono due anni dalla giornata dedicata alla memoria di Wallace J. Nichols, scomparso nel 2024, un’occasione per ricordare il contributo di uno dei maggiori studiosi del rapporto tra uomo e acqua. Ma se la Blue Mind rappresenta oggi una teoria riconosciuta, il mondo termale vive questo legame da secoli.

Per il Gruppo Terme&SPA Italia, infatti, la Blue Mind non è soltanto una spiegazione scientifica. È la conferma contemporanea di un sapere antico, custodito da generazioni e trasformato in esperienza quotidiana. Un patrimonio che prende forma nelle quattro destinazioni del gruppo, Terme di Saturnia Natural Destination, Terme De Montel Milano, Terme di Chianciano e Monticello The Entertainment SPA, ognuna interprete di un diverso modo di vivere l’acqua, ma accomunate dalla stessa convinzione: il benessere più autentico nasce quando corpo e mente ritrovano il loro ritmo naturale.

Fonte: askanews.it

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Caldo, Fadoi: sopra 40 gradi corpo può non riuscire più a disperdere calore

Idratazione e corretta gestione dei farmaci sono fondamentali

Le temperature estreme che stanno interessando gran parte dell’Italia non rappresentano soltanto un problema di comfort, ma una vera emergenza sanitaria, soprattutto per anziani, persone fragili e pazienti affetti da patologie croniche. A lanciare l’allarme è la Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti (FADOI), che richiama l’attenzione sui rischi legati alle ondate di calore sempre più intense e prolungate.

“Ormai temperature di 35 gradi non sono più un’eccezione. Il nostro organismo possiede meccanismi molto efficaci per mantenere costante la temperatura corporea, ma quando il caldo si associa a elevata umidità questi sistemi vengono messi a dura prova. Si perdono liquidi e sali minerali, aumenta il lavoro del cuore e compaiono stanchezza, debolezza e cali di pressione. Per le persone sane la situazione è generalmente gestibile, ma richiede già attenzione e comportamenti adeguati”, spiega Andrea Montagnani, presidente nazionale FADOI.

Secondo gli internisti ospedalieri, il rischio cresce ulteriormente quando le temperature raggiungono o superano i 40 gradi. “In queste condizioni il corpo può non riuscire più a disperdere il calore. La temperatura interna aumenta e possono comparire disidratazione importante, alterazioni della pressione arteriosa, confusione mentale fino al colpo di calore, che rappresenta una vera emergenza medica perché può compromettere il funzionamento di cervello, cuore e reni e richiede un intervento immediato”, sottolinea Montagnani.

Per FADOI non è però soltanto il valore massimo della temperatura a preoccupare, quanto la durata delle ondate di calore. “Quando il caldo persiste per molti giorni consecutivi l’organismo non riesce più a recuperare, soprattutto se anche le temperature notturne rimangono elevate. Si instaura una progressiva disidratazione, aumenta lo stress cardiovascolare e registriamo un incremento dei ricoveri per scompenso cardiaco, insufficienza renale, infezioni e complicanze respiratorie. È una sorta di accumulo di fatica biologica che colpisce soprattutto i pazienti più fragili”, evidenzia il presidente FADOI.

Gli anziani rappresentano la categoria più esposta, ma i rischi riguardano anche chi soffre di scompenso cardiaco, ipertensione, insufficienza renale, diabete, malattie respiratorie, patologie neurologiche o disturbi cognitivi. “Queste persone devono bere con regolarità, evitare di uscire nelle ore più calde della giornata, mantenere freschi gli ambienti domestici e rivolgersi tempestivamente al medico se compaiono sintomi come capogiri, riduzione della diuresi o importanti cali della pressione arteriosa”, raccomanda Montagnani.

Particolare attenzione va riservata anche alle terapie farmacologiche. “Il caldo può modificare l’effetto di numerosi farmaci. Diuretici e lassativi possono favorire disidratazione e ipotensione, alcuni antipertensivi possono accentuare il calo pressorio, mentre nei pazienti diabetici la disidratazione può alterare il controllo della glicemia. Anche alcuni antinfiammatori possono peggiorare la funzione renale. Il messaggio è molto chiaro: non bisogna mai sospendere o modificare autonomamente le cure. Sarà il medico a valutare se sia necessario adattare temporaneamente la terapia o aumentare il monitoraggio clinico”, precisa il presidente FADOI. Analoga prudenza riguarda i pazienti in trattamento con farmaci psichiatrici.

“Alcuni antidepressivi, antipsicotici e stabilizzatori dell’umore possono ridurre la capacità dell’organismo di disperdere il calore oppure alterare la percezione della sete. Anche in questo caso le terapie non devono essere interrotte, ma è opportuno programmare un confronto con il medico quando iniziano le ondate di calore”, aggiunge Montagnani.

Infine, FADOI invita a non sottovalutare l’impatto sanitario delle temperature estreme. “Il caldo può uccidere. Durante le grandi ondate di calore aumenta la mortalità, soprattutto tra anziani e persone con patologie croniche. Per questo la prevenzione rappresenta la terapia più efficace: idratarsi correttamente, evitare l’esposizione nelle ore centrali della giornata, controllare le persone sole e fragili e seguire sempre le indicazioni del proprio medico. Sono comportamenti semplici che possono salvare la vita”, conclude Andrea Montagnani, presidente nazionale FADOI.

Fonte: askanews.it

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Disturbi mentali, social media e IA alimentano l’illusione dell’autodiagnosi

Ravera: Rischio di confondere esperienze comuni con disturbi clinici

Cresce la tendenza, in particolare tra i giovanissimi, ad affidarsi a piattaforme social o a software di intelligenza artificiale per autodiagnosticarsi condizioni cliniche complesse, quali l’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività), l’autismo o il disturbo borderline. Il porofessor Furio Ravera, medico psichiatra presso la Casa di Cura Le Betulle e co-fondatore di Gruppo Ginestra, analizza questa dinamica inserendola nel contesto dell’attuale ecosistema digitale.

Sebbene la tendenza all’autodiagnosi esista storicamente da ben prima dell’avvento del web, l’esposizione continua ai dispositivi mobili agisce oggi da catalizzatore.

Il Professor Ravera definisce l’epoca contemporanea come la “stagione dello stimolo”, richiamando il sistema di ricompensa cerebrale e il conseguente rilascio di dopamina che spinge l’utente a un’interazione ininterrotta con gli smartphone. “Abbiamo un sistema, donatoci da madre natura, che ha avuto il compito di marcare come piacevole, in maniera più o meno forte, un’esperienza che dal punto di vista evolutivo fosse positiva”, spiega lo psichiatra. “Purtroppo, questo sistema è come una cassaforte che può essere facilmente violata. Siamo passati da stimoli naturali a stimolanti chimici, come le droghe, a stimoli che riceviamo da comportamenti che in qualche modo ci premiano”.

Le piattaforme social, da Instagram a TikTok, diffondono contenuti che da un lato favoriscono la sensibilizzazione sui temi della salute mentale, dall’altro possono alimentare la disinformazione clinica, riconducendo comportamenti comuni, come l’irrequietezza o la disattenzione, a definizioni mediche precise, anche in assenza di una reale neurodivergenza. In particolare, l’ADHD è spesso oggetto di quelle che il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV e DSM-IV-TR) definisce “diagnosi sovradeterminate”. “Dal punto di vista neurofisiologico, l’ADHD è determinata da una condizione in cui la corteccia cerebrale non riesce a esercitare bene la funzione di controllo su tutte le attività sottocorticali, come il movimento, l’impulsività, l’attenzione”, chiarisce il Prof. Ravera.

La ricerca di risposte cliniche online non riguarda tuttavia esclusivamente gli adolescenti. Tra gli adulti si registra un aumento dei tentativi di diagnosi di ADHD, in alcuni casi orientati all’ottenimento di prescrizioni per farmaci stimolanti. Ravera ricorda che il criterio clinico fondamentale per inquadrare l’ADHD resta la diagnosi pediatrica oppure, negli adulti, un’attenta ricostruzione della storia clinica infantile del paziente.

Per rispondere alle criticità legate alle diagnosi “fai-da-te”, l’iter medico prevede oggi il supporto di metodologie di indagine strumentale in grado di fornire un quadro clinico oggettivo. In particolare, precisa Ravera: “All’interno del Gruppo Ginestra, grazie al lavoro del Professor Giuseppe Augusto Chiarenza, impieghiamo l’elettroencefalogramma quantitativo, che permette di vedere e indagare gli squilibri delle varie onde cerebrali, ovvero quanto il cervello è sovreccitato di suo”.

Fonte: askanews.it

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Melanoma, studio Iqvia: meno di un italiano su 4 controlla i nei

Anche se aumentano coloro che si sottopongono a uno screening della pelle

La prevenzione del melanoma cresce in Italia, ma resta ancora troppo legata all’iniziativa individuale. È quanto emerge dai dati dell’Osservatorio Salute Iqvia Italia 2026. Secondo lo studio, la quota di italiani che dichiara di sottoporsi regolarmente al controllo dei nei è quasi raddoppiata nell’ultimo anno, passando dal 14% al 23%. Il dato resta però ancora contenuto: meno di un italiano su quattro controlla regolarmente i propri nei. Inoltre, tra chi effettua questi controlli, la maggior parte si attiva autonomamente, mentre solo il 13% dichiara di aver partecipato a campagne di screening.

Il melanoma è una delle forme più aggressive di tumore della pelle, ma diagnosi precoce e innovazione terapeutica hanno modificato in modo significativo le prospettive di cura. Stando al database Iqvia Italy OncoView, le immunoterapie rappresentano il 72% degli utilizzi osservati, le terapie target il 26%, mentre la chemioterapia si attesta al 2%, confermando un ruolo sempre più marginale rispetto alle strategie più innovative. Il profilo dei nuovi pazienti conferma l’importanza di anticipare i controlli: il 56% è uomo e il 44% donna, mentre circa quattro pazienti su dieci hanno meno di 60 anni. Tra gli uomini, il picco si osserva tra i 51 e i 60 anni, mentre tra le donne si concentra soprattutto tra i 61 e i 70 anni.

Sul fronte della fotoprotezione, i dati Iqvia Italy Retail Sales registrano un aumento del 12% in valore dei prodotti solari ad alta protezione, SPF 50+, nell’estate 2025 rispetto al 2024. Un segnale di maggiore attenzione, che tuttavia non sostituisce i controlli dermatologici regolari.

Secondo Iqvia, una prevenzione efficace del melanoma richiede la combinazione di più comportamenti: uso corretto della protezione solare, esposizione responsabile al sole, attenzione ai cambiamenti della pelle e controlli periodici dei nei. Resta inoltre centrale rafforzare le campagne informative e facilitare l’accesso agli screening nei diversi contesti locali, dalle farmacie ai luoghi di lavoro.

Fonte: askanews.it

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Tumori: fino al 60% pazienti è malnutrito, per 28% valutazione nutrizionale fin da diagnosi

Nuovo ISHEO Report “La sfida della nutrizione in oncologia”

La malnutrizione nei pazienti oncologici rappresenta una delle principali criticità ancora sottovalutate nei percorsi di cura. Eppure le evidenze scientifiche dimostrano che una presa in carico nutrizionale precoce può migliorare la tolleranza ai trattamenti, ridurre complicanze e ricoveri, aumentare l’aderenza terapeutica e incidere positivamente sulla qualità di vita e sulla sopravvivenza.
Questa, si legge in una nota, è la tematica al centro del Convegno “La sfida della nutrizione in oncologia: evidenze, pratiche e prospettive future”, promosso e organizzato a Roma da ISHEO, società di ricerca e consulenza per l’avanzamento degli outcome sanitari, in collaborazione con La Lampada di Aladino ETS, con il contributo non condizionante di BeOne Medicines Italy Spa e con il patrocinio di FAVO – Federazione delle Associazioni di Volontariato in Oncologia e AIOM – Associazione Italiana Oncologia Medica. In occasione di questo appuntamento si presenta il nuovo ISHEO Report dedicato al ruolo della nutrizione clinica nel percorso oncologico.

Nel 2025 in Italia sono stimati circa 390.000 nuovi casi di tumore e la malnutrizione interessa dal 30% al 60% dei pazienti oncologici: è quanto emerge dal Report, con percentuali che raggiungono l’80% nei tumori del distretto testa-collo e dell’alto tratto gastrointestinale. Ciò nonostante, sebbene oltre il 95% degli oncologi considera lo stato nutrizionale determinante per valutare la praticabilità e la tollerabilità delle terapie, solo nel 28% dei casi la valutazione nutrizionale viene realmente integrata nel programma terapeutico fin dalla diagnosi. Le conseguenze sono rilevanti. La letteratura scientifica evidenzia che la malnutrizione può aumentare il rischio di mortalità di oltre il 250% rispetto ai pazienti non malnutriti; si stima che tra il 20% e il 30% dei pazienti oncologici deceda per le conseguenze della malnutrizione piuttosto che per la progressione del tumore.

La malnutrizione triplica il rischio di complicanze infettive e post-operatorie e determina un incremento della durata delle degenze ospedaliere compreso tra il 30% e il 50%. L’impatto riguarda anche la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale: in Italia i costi associati alla malnutrizione sono stimati tra 8 e 12 miliardi di euro l’anno, mentre un supporto nutrizionale strutturato può generare risparmi medi del 12% in ambito ospedaliero e del 9% sul territorio.

«Il supporto nutrizionale nel paziente oncologico consiste nell’integrazione strutturata della nutrizione clinica nel percorso di cura, con l’obiettivo di prevenire e trattare la malnutrizione, mantenere o recuperare peso e massa muscolare e preservare la funzionalità del paziente. È un intervento sanitario a tutti gli effetti, basato su prescrizione medica e gestito da un’équipe multidisciplinare», sostiene Riccardo Caccialanza, Direttore della SC Dietetica e Nutrizione Clinica della Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia. «Poiché una quota rilevante di pazienti è già a rischio di malnutrizione alla diagnosi, un intervento precoce consente di prevenire il deterioramento nutrizionale, migliorare la risposta ai trattamenti e ottimizzare gli esiti clinici complessivi».

«La nutrizione clinica precoce è parte integrante della cura oncologica: non rappresenta un aspetto accessorio, ma un fattore che può incidere sulla tolleranza ai trattamenti, sulla possibilità di completarli, sulla qualità di vita del paziente e sulla prognosi. Per questo lo screening nutrizionale dovrebbe essere effettuato già alla diagnosi e integrato in percorsi multidisciplinari strutturati. Rendere la presa in carico nutrizionale un indicatore di qualità significa garantire cure più efficaci, personalizzate e sostenibili.» afferma Paolo Pedrazzoli, Medico specialista in oncologia ed ematologia, Direttore SC Oncologia 1 IRCCS Policlinico San Matteo – Pavia e Membro Comitato Scientifico La Lampada di Aladino ETS.

«Il ruolo della nutrizione in oncologia riveste un valore fondamentale lungo tutto il percorso di cura: nella prevenzione, contribuendo a ridurre il rischio di sviluppare un tumore, durante le terapie oncologiche e nel lungo periodo successivo alla malattia. Si stima che circa il 30-40% delle diagnosi oncologiche possano essere prevenute con l’adozione di corretti stili di vita, tra i quali un’alimentazione sana ed equilibrata. È fondamentale coinvolgere il paziente in prima persona, rendendolo consapevole del valore di una corretta alimentazione, favorendo l’adesione ai programmi di prevenzione terziaria e garantendo un adeguato ritorno alla vita quotidiana, sociale e professionale.» dichiara Alexia Bertuzzi Dipartimento di Oncologia, IRCCS Humanitas Research Hospital di Milano.

Il Report pone l’attenzione sulle nuove Linee guida nazionali AIOM, pubblicate nel Sistema Nazionale Linee Guida dell’Istituto Superiore di Sanità, che indicano come standard di cura lo screening nutrizionale sistematico fin dall’inizio del percorso terapeutico, il monitoraggio della composizione corporea e l’attivazione tempestiva di interventi personalizzati.

«Oggi non basta più curare il tumore: bisogna prendersi cura della persona nella sua globalità.» sottolinea Davide Petruzzelli, Presidente de La Lampada di Aladino ETS. «La nutrizione deve diventare parte integrante dei percorsi clinici oncologici, superando le disomogeneità regionali ancora esistenti. La sfida è trasformare quanto previsto nei documenti istituzionali in una pratica quotidiana realmente accessibile a tutti i pazienti, attraverso la collaborazione tra professionisti, ospedale, territorio e associazioni dei pazienti».

«Lo screening nutrizionale, la valutazione specialistica e la presenza del nutrizionista clinico nei PDTA, ove previsti, non possono più essere considerati un “nice to have”, ma elementi essenziali nel percorso di presa in carico del paziente oncologico. La conoscenza appropriata di questo tema è una responsabilità che deve coinvolgere non solo i medici specialisti e i nutrizionisti clinici, ma anche il management sanitario e le istituzioni, perché la vera sfida oggi è trasformare le evidenze scientifiche e le norme a disposizione, in modelli organizzativi capaci di integrare la nutrizione nei percorsi di cura. Un impegno che si inserisce nel lavoro che ISHEO porta avanti da anni sulle supportive care e che trova un ulteriore momento di approfondimento nel Blood Cancer Summit 2026 del 1° ottobre prossimo.» conclude Davide Integlia, Fondatore e CEO ISHEO.

ISHEO è una società di ricerca e consulenza specializzata in economia sanitaria, market access ed health stakeholder engagement. La mission di ISHEO è ideare, sviluppare e implementare progetti strategici finalizzati al miglioramento degli outcome sanitari, favorendo il dialogo e la collaborazione tra i diversi stakeholder del sistema salute. Ogni progetto è sviluppato con il contributo di un team di professionisti e di un network di esperti, dalla progettazione all’implementazione.

Fonte: askanews.it

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SIMI-FADOI: riconoscere terapie semintensive in reparti medicina interna

“Norme ferme al 1988, ma il 60% dei pazienti è ad alta complessità”

Riformare i criteri di accreditamento dei reparti di Medicina Interna, superando norme obsolete risalenti a quasi quarant’anni fa, per riconoscere ufficialmente le terapie semintensive all’interno delle stesse unità operative. È questo il forte appello congiunto lanciato oggi a Bologna dalle principali società scientifiche della medicina interna SIMI – Società Italiana di Medicina Interna e FADOI – Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti, insieme a SIMEU, ACEMC e all’Università di Bologna, in occasione del Meeting Nazionale “La Terapia Semintensive in Medicina Interna. Appropriatezza clinico-organizzativa, efficienza gestionale e sicurezza del paziente”.

Oggi i requisiti di personale medico-infermieristico nei reparti di Medicina Interna sono ancora regolati da decreti ministeriali del 1988, che classificano queste strutture come “a bassa intensità di cura”. “Negli anni ’80 del secolo scorso il mondo era completamente diverso, i pazienti non erano così complessi né acuti e non avevano i bisogni assistenziali odierni”, spiega il prof. Nicola Montano, Presidente SIMI: “Oggi la realtà è radicalmente mutata: uno studio congiunto SIMI-FADOI pubblicato nel 2025 dimostra che ben il 60% dei degenti presenta un’intensità di cura medio-alta (analisi svolta sui pazienti ricoverati nei reparti lombardi1). Gestiamo malati estremamente complessi che spesso si complicano proprio durante la degenza, manifestando patologie acute come edemi polmonari, insufficienze respiratorie, sepsi importanti o shock settici. Per questo motivo i reparti di Medicina Interna hanno l’assoluta necessità di avere al proprio interno strutture di terapia semintensiva: letti dotati di un livello di monitoraggio più elevato e di un maggior numero personale specializzato”.

Attualmente il riconoscimento di queste strutture avviene in modo frammentario a seconda della regione, senza sistematicità nella programmazione sanitaria nazionale o nel loro accreditamento. “Siamo consapevoli delle attuali difficoltà gestionali delle aziende sanitarie, legate in primis alla carenza e al difficile reperimento di personale infermieristico, che renderebbero impossibile un’attivazione immediata e di massa di questi letti in tutti i reparti d’Italia – prosegue il prof. Montano -. La richiesta formale e immediata alle istituzioni è però quella di ottenere prima di tutto il diritto e il riconoscimento giuridico della possibilità di averle”.

Da Bologna parte quindi un’azione istituzionale sinergica che unisce e dà voce a tutti gli internisti e i medici d’urgenza italiani. L’obiettivo nato da questa tavola rotonda è la produzione di un documento ufficiale sullo stato dell’arte delle terapie semintensive internistiche e delle medicine d’urgenza, un dossier programmatico che verrà portato ad AGENAS (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali) e al Ministero della Salute per richiedere formalmente l’attivazione e il riconoscimento strutturale di queste unità nel Servizio Sanitario Nazionale.

“Le evidenze presentate oggi confermano ciò che gli internisti ospedalieri vivono quotidianamente nei reparti di tutta Italia: la Medicina Interna è diventata il principale luogo di cura della complessità clinica e dell’instabilità assistenziale. I nostri pazienti richiedono sempre più frequentemente livelli di monitoraggio e intensità di cura che gli attuali modelli organizzativi non riconoscono ancora adeguatamente”, afferma il Prof. Andrea Montagnani, Presidente FADOI: “Inoltre, le aree semintensive internistiche rappresentano un investimento sulla sicurezza dei pazienti, sull’appropriatezza dei percorsi e sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale. Come FADOI siamo pronti a contribuire alla definizione di modelli organizzativi, standard professionali e percorsi formativi che consentano di sviluppare in modo omogeneo queste realtà su tutto il territorio nazionale”.

Il congresso, che vede l’Azienda USL di Bologna e l’Ospedale Maggiore fare da laboratorio e capofila di questo percorso di empowerment professionale, ha ridefinito la figura dell’internista del XXI secolo come un “hospitalist” a 360°, capace di coniugare autorevolezza scientifica e gestione appropriata del malato critico. Per operare in questi contesti ad alta intensità assistenziale, il dibattito condotto da Rodolfo Sbrojavacca (Udine), e arricchito dal contributo di Fabio Piscaglia (Direttore della Scuola di Medicina Interna dell’Università di Bologna), ha affrontato la sfida della formazione e la definizione dei “core clinical tasks”, i compiti clinici fondamentali. Si tratta delle competenze e delle attività pratiche essenziali che i medici devono assolutamente padroneggiare per curare i pazienti in sicurezza, tra cui spiccano una solida preparazione sulla ventilazione non invasiva, la gestione del monitoraggio emodinamico, l’esecuzione dell’ecografia bedside POCUS (Point of Care Ultrasound, metodica diagnostica rapida e non invasiva eseguita direttamente al letto del paziente) e la gestione tempestiva delle emergenze cardio-respiratorie. Le società scientifiche chiedono che la politica sanitaria adegui i decreti ministeriali a questa evoluzione clinica, garantendo standard formativi rigorosi e risorse adeguate alla reale complessità dei pazienti.

Fonte: Askanews