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SIMI-FADOI: riconoscere terapie semintensive in reparti medicina interna

“Norme ferme al 1988, ma il 60% dei pazienti è ad alta complessità”

Riformare i criteri di accreditamento dei reparti di Medicina Interna, superando norme obsolete risalenti a quasi quarant’anni fa, per riconoscere ufficialmente le terapie semintensive all’interno delle stesse unità operative. È questo il forte appello congiunto lanciato oggi a Bologna dalle principali società scientifiche della medicina interna SIMI – Società Italiana di Medicina Interna e FADOI – Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti, insieme a SIMEU, ACEMC e all’Università di Bologna, in occasione del Meeting Nazionale “La Terapia Semintensive in Medicina Interna. Appropriatezza clinico-organizzativa, efficienza gestionale e sicurezza del paziente”.

Oggi i requisiti di personale medico-infermieristico nei reparti di Medicina Interna sono ancora regolati da decreti ministeriali del 1988, che classificano queste strutture come “a bassa intensità di cura”. “Negli anni ’80 del secolo scorso il mondo era completamente diverso, i pazienti non erano così complessi né acuti e non avevano i bisogni assistenziali odierni”, spiega il prof. Nicola Montano, Presidente SIMI: “Oggi la realtà è radicalmente mutata: uno studio congiunto SIMI-FADOI pubblicato nel 2025 dimostra che ben il 60% dei degenti presenta un’intensità di cura medio-alta (analisi svolta sui pazienti ricoverati nei reparti lombardi1). Gestiamo malati estremamente complessi che spesso si complicano proprio durante la degenza, manifestando patologie acute come edemi polmonari, insufficienze respiratorie, sepsi importanti o shock settici. Per questo motivo i reparti di Medicina Interna hanno l’assoluta necessità di avere al proprio interno strutture di terapia semintensiva: letti dotati di un livello di monitoraggio più elevato e di un maggior numero personale specializzato”.

Attualmente il riconoscimento di queste strutture avviene in modo frammentario a seconda della regione, senza sistematicità nella programmazione sanitaria nazionale o nel loro accreditamento. “Siamo consapevoli delle attuali difficoltà gestionali delle aziende sanitarie, legate in primis alla carenza e al difficile reperimento di personale infermieristico, che renderebbero impossibile un’attivazione immediata e di massa di questi letti in tutti i reparti d’Italia – prosegue il prof. Montano -. La richiesta formale e immediata alle istituzioni è però quella di ottenere prima di tutto il diritto e il riconoscimento giuridico della possibilità di averle”.

Da Bologna parte quindi un’azione istituzionale sinergica che unisce e dà voce a tutti gli internisti e i medici d’urgenza italiani. L’obiettivo nato da questa tavola rotonda è la produzione di un documento ufficiale sullo stato dell’arte delle terapie semintensive internistiche e delle medicine d’urgenza, un dossier programmatico che verrà portato ad AGENAS (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali) e al Ministero della Salute per richiedere formalmente l’attivazione e il riconoscimento strutturale di queste unità nel Servizio Sanitario Nazionale.

“Le evidenze presentate oggi confermano ciò che gli internisti ospedalieri vivono quotidianamente nei reparti di tutta Italia: la Medicina Interna è diventata il principale luogo di cura della complessità clinica e dell’instabilità assistenziale. I nostri pazienti richiedono sempre più frequentemente livelli di monitoraggio e intensità di cura che gli attuali modelli organizzativi non riconoscono ancora adeguatamente”, afferma il Prof. Andrea Montagnani, Presidente FADOI: “Inoltre, le aree semintensive internistiche rappresentano un investimento sulla sicurezza dei pazienti, sull’appropriatezza dei percorsi e sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale. Come FADOI siamo pronti a contribuire alla definizione di modelli organizzativi, standard professionali e percorsi formativi che consentano di sviluppare in modo omogeneo queste realtà su tutto il territorio nazionale”.

Il congresso, che vede l’Azienda USL di Bologna e l’Ospedale Maggiore fare da laboratorio e capofila di questo percorso di empowerment professionale, ha ridefinito la figura dell’internista del XXI secolo come un “hospitalist” a 360°, capace di coniugare autorevolezza scientifica e gestione appropriata del malato critico. Per operare in questi contesti ad alta intensità assistenziale, il dibattito condotto da Rodolfo Sbrojavacca (Udine), e arricchito dal contributo di Fabio Piscaglia (Direttore della Scuola di Medicina Interna dell’Università di Bologna), ha affrontato la sfida della formazione e la definizione dei “core clinical tasks”, i compiti clinici fondamentali. Si tratta delle competenze e delle attività pratiche essenziali che i medici devono assolutamente padroneggiare per curare i pazienti in sicurezza, tra cui spiccano una solida preparazione sulla ventilazione non invasiva, la gestione del monitoraggio emodinamico, l’esecuzione dell’ecografia bedside POCUS (Point of Care Ultrasound, metodica diagnostica rapida e non invasiva eseguita direttamente al letto del paziente) e la gestione tempestiva delle emergenze cardio-respiratorie. Le società scientifiche chiedono che la politica sanitaria adegui i decreti ministeriali a questa evoluzione clinica, garantendo standard formativi rigorosi e risorse adeguate alla reale complessità dei pazienti.

Fonte: Askanews

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Ricerca clinica, Italia quarta in Europa per volume trial attivati

Ma troppo lenta nella fase di arruolamento

L’Italia è al quarto posto tra i Paesi europei come volume complessivo di trial clinici attivati, dimostrando dunque una elevata attrattività nella ricerca clinica, ma persistono ritardi organizzativi e criticità operative che limitano significativamente la competitività del sistema e la capacità di arruolare pazienti negli studi clinici internazionali: il nostro Paese impiega mediamente 148 giorni per iniziare la fase effettiva di arruolamento, 36 in più rispetto alla Spagna. È quanto emerge dal Rapporto 2025 “Missed Opportunities”, realizzato dal Laboratorio sul Management delle Sperimentazioni Cliniche di ALTEMS (Lab MSC) – Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi sanitari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore nel campus di Roma in collaborazione con Farmindustria e con il contributo non condizionante di sette aziende farmaceutiche partner.

Gli esperti hanno stimato che, mediamente, ogni 2,5 giorni di ritardo corrispondono a un paziente perso per studio; complessivamente questo si traduce nell’arco di 3 anni in 10.540 pazienti in meno arruolati nel nostro paese. Il mancato arruolamento osservato potrebbe aver comportato una perdita potenziale di circa 180 milioni di euro per il Ssn nel triennio 2022-2025.

“Questo progetto – sottolinea Emmanouil Tsiasiotis, direttore dell’ALTEMS Lab MSC – dimostra quanto sia strategico raccogliere e analizzare in modo sistematico i dati della ricerca clinica per trasformarli in evidenze utili alla governance del sistema. Per la prima volta in Italia abbiamo utilizzato i dati del CTIS (Clinical Trials Information System) integrandoli con dati operativi delle aziende, con l’obiettivo di misurare la competitività del Paese rispetto agli altri sistemi europei. Il nostro obiettivo è contribuire allo sviluppo di una governance della ricerca clinica basata su KPI (Key Performance Indicator) condivisi, trasparenza e benchmarking continuo. In questo percorso ALTEMS si propone come partner strategico dal punto di vista metodologico, analitico e infrastrutturale, a supporto di istituzioni, industria e centri sperimentali.”

Attrarre studi clinici in Italia è prioritario – afferma Marcello Cattani, Presidente di Farmindustria -. In primo luogo per i cittadini, che attraverso i trial possono accedere rapidamente a terapie innovative. Inoltre, per rafforzare l’ecosistema italiano della Ricerca e delle partnership pubblico-privato, oltre che per offrire possibilità di crescita professionale a medici e ricercatori. Ogni anno in Italia le imprese farmaceutiche investono oltre 800 milioni di euro in ricerca clinica, spesso nelle strutture del Servizio Sanitario Nazionale. E vogliono continuare a farlo perché credono nelle tante eccellenze italiane. Occorre un deciso scatto in avanti, come evidenzia lo studio di Altems, per ridurre i tempi di accesso all’innovazione e rendere la nostra Nazione sempre più competitiva’.

Il progetto, coordinato dal direttore del Lab MSC Emmanouil Tsiasiotis, la project manager Francesca Orsini e il coordinatore dell’analisi statistica Vincenzo Nardelli, rappresenta una delle prime esperienze in Europa, e la prima in Italia di utilizzo sistematico del Clinical Trials Information System (CTIS), la piattaforma introdotta dal Regolamento Europeo n. 536/2014 che raccoglie i dati pubblici relativi alle sperimentazioni cliniche autorizzate nei Paesi membri. Attraverso questa infrastruttura dati, il Laboratorio MSC ALTEMS ha sviluppato un’analisi comparativa della performance italiana rispetto ai principali competitor europei — tra cui Spagna, Germania, Francia, Polonia, Belgio e Paesi Bassi — lungo l’intero “trial journey”: dall’autorizzazione regolatoria all’attivazione dei centri, dall’avvio dell’arruolamento fino alla chiusura del reclutamento.

L’analisi retrospettiva ha preso in esame circa 1.100 studi clinici multinazionali condotti nel periodo compreso tra l’1 febbraio 2022 e il 30 giugno 2025, utilizzando dati pubblici estratti dal CTIS e dati operativi condivisi dalle aziende partecipanti. Per approfondire le dinamiche di arruolamento, il progetto ha inoltre integrato dati relativi a 126 studi e oltre 1.700 pazienti arruolati in Italia, forniti dalle aziende partecipanti.

I risultati confermano che l’Italia mantiene un’elevata attrattività in termini di numero di studi clinici attivati, collocandosi tra i principali Paesi europei e al quarto posto per volume complessivo di trial. Tuttavia, il confronto con la Spagna evidenzia un gap di circa 450 studi clinici nel periodo analizzato, nonostante una sovrapposizione superiore al 75% del portafoglio di studi multinazionali tra i due Paesi.

Secondo il Rapporto, il principale elemento critico emerge nelle fasi operative successive all’autorizzazione regolatoria. In Italia trascorrono mediamente oltre 148 giorni prima dell’avvio effettivo dell’arruolamento, con un ritardo di circa 36 giorni rispetto alla Spagna. Anche dopo l’attivazione formale dei centri, il sistema italiano richiede ulteriori giorni per reclutare il primo paziente, comprimendo così la finestra utile di arruolamento. La durata effettiva della recruitment window in Italia risulta infatti inferiore rispetto ai principali competitor europei, in particolare nelle aree cardio-metabolica, neurologica e immunologica.

Questi ritardi hanno un impatto diretto sulla capacità di reclutamento dei pazienti. Le analisi mostrano che Spagna e Polonia presentano i livelli medi più elevati di pazienti arruolati per studio e le migliori performance nel raggiungimento dei target pianificati, mentre l’Italia registra valori inferiori sia per numero medio di pazienti pianificati sia per numero di pazienti effettivamente reclutati.

Particolarmente rilevante è il dato sulla velocità di arruolamento (“recruitment speed”), calcolata come rapporto tra pazienti arruolati e durata della finestra di reclutamento. Negli studi di fase III, la velocità italiana risulta circa la metà di quella osservata in Spagna, evidenziando un significativo divario competitivo nella gestione dei trial di fase avanzata.

Per quantificare l’impatto di questi ritardi, ALTEMS ha sviluppato un modello di regressione basato sui dati aggregati degli studi di fase III. L’analisi evidenzia una relazione diretta tra ritardo cumulativo nelle fasi iniziali del ”trial journey” e riduzione dell’arruolamento: mediamente, ogni 2,5 giorni di ritardo corrispondono a un paziente perso per studio. Simulando uno scenario controfattuale in cui l’Italia avesse performance temporali comparabili alla Spagna, il Rapporto stima che il sistema italiano avrebbe potuto arruolare circa 10.540 pazienti in più nel triennio analizzato.

Lo studio evidenzia inoltre una forte eterogeneità territoriale. Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna si confermano le principali regioni italiane per attrattività e capacità di arruolamento, mentre altre aree mostrano livelli significativamente inferiori di partecipazione agli studi multicentrici internazionali.

Il Rapporto collega, inoltre, le “missed opportunities” all’impatto economico della ricerca clinica. Secondo le analisi del progetto ALTEMS “Averted Costs”, ogni euro investito direttamente dalle aziende farmaceutiche genera circa tre euro di valore indiretto per il Servizio Sanitario Nazionale. Applicando questo modello alle stime del progetto “Missed Opportunities”, il mancato arruolamento osservato potrebbe aver comportato una perdita potenziale di circa 180 milioni di euro nel triennio 2022-2025.

Il progetto “Missed Opportunities” nasce con l’obiettivo di porre le basi per un modello italiano di monitoraggio della performance della ricerca clinica ispirato all’esperienza del progetto BEST spagnolo, attraverso lo sviluppo di KPI istituzionali condivisi e comparabili. In questa prospettiva, ALTEMS e il Laboratorio sul Management delle Sperimentazioni Cliniche si propongono come partner metodologico e infrastrutturale a supporto di AIFA, AGENAS, Farmindustria e centri sperimentali per rafforzare la governance della ricerca clinica italiana

Fonte: Askanews

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Mindfulness, in Italia la pratica cresce al 12,5%

Wanderlust svela i talent del Mindful Triathlon

In occasione della Giornata Mondiale della Mindfulness (8 giugno), Wanderlust svela il palinsesto talent 2026 che porterà a Venezia (19 settembre, Parco San Giuliano), Milano (26-27 settembre, Parco CityLife) e Roma (3 ottobre, Parco del Ninfeo, EUR) Wanderlust 108, l’unico Mindful Triathlon al mondo.

In un’epoca dominata da ritmi accelerati, iperconnessione e sovraccarico di stimoli, cresce il bisogno di rallentare e riconnettersi. I numeri lo confermano: dal 2018 a oggi, la percentuale di persone che pratica meditazione è passata dal 29% al 35% a livello globale (+6%) e in Italia il 12,5% pratica con costanza la mindfulness, a conferma che il “mindful living” è un trend in crescita. Le persone, quindi, sembrano voler investire sempre di più in pratiche all’insegna della cura di sé. Una richiesta di consapevolezza autentica a cui Wanderlust 108 risponde con il Mindful Triathlon e tutto l’universo Wanderlust, un ecosistema di esperienze che coniuga movimento, consapevolezza, crescita personale e socialità sobria all’interno di una manifestazione dedicata al benessere della persona.

Ad accompagnare questa evoluzione del benessere ci saranno le voci e l’energia di Filippo Ferraro, EMCEE che guiderà il pubblico alla scoperta dei protagonisti italiani dello yoga e della mindfulness del main stage di Wanderlust 108: da Meg Vibes, fondatrice del metodo “Body of Elements” a Francesca Cassia e Roberto Milletti, pionieri del metodo Odaka Yoga, fino a Michela Maltoni, che insegna il movimento come pratica di ascolto e presenza, Francesca Carol Rolla, esperta di meditazione e SUP Yoga, Sara Usai, che per la prima volta porta sul palco un Sound Bath Concert, e Livia Laguz Marigliano, autrice dell’approccio della Medicina Immaginale Sciamanica Veterinaria.

“Con il nostro palinsesto abbiamo voluto unire voci e approcci diversi, ognuna con il proprio vissuto e il proprio modo unico di vivere lo yoga e il benessere. Non abbiamo imposto una visione univoca, ma abbiamo valorizzato l’intenzione personale di ciascun talent, perché ogni partecipante possa riconoscersi in qualcosa di autentico. È questo il cuore di Wanderlust: un’esperienza che lascia il segno in modo diverso per ciascuno”, dichiara Emanuela Antoniazzi, Talent Manager Wanderlust Italia.

Il Mindful Triathlon di Wanderlust 108 inizia con i 5 km di corsa (o camminata), un momento energetico in cui conta l’impegno di esserci e non il risultato. Subito dopo ci si sposterà sul Main Stage: è qui che prenderanno il via le sessioni di yoga flow e meditazione collettiva guidate dai 5 talent d’eccezione di questa edizione.

La giornata di Wanderlust 108 si apre con il Mindful Triathlon, che consiste in una corsa di 5 km. Segue un’ora di yoga flow sul Main Stage e si chiude con venti minuti di meditazione collettiva. Attorno al Triathlon si sviluppa il Wanderlust Village: oltre quaranta esperienze distribuite tra Main Stage, Gratitude Stage e aree tematiche con lezioni high-energy, pratiche di rilassamento, workshop e corner esperienziali dei brand partner. All’interno del Village per gli appassionati di artigianato, c’è il Kula Market, il mercatino solidale del festival, e il True North Café con proposte orientate al benessere (sono previsti menu vegetariani e vegani). L’intero Village (mercatino, Café, experiences, partner areas) è aperto tutto il giorno sia ai partecipanti con biglietto sia ai visitatori. Con l’arrivo della golden hour – dalle 17.00 alle 21.00 – protagonista assoluto è il Wander Party con DJ set tribali, live performance, mocktail creativi (cocktail analcolici sofisticati) e diverse experiences.

Nata a New York nel 2009, Wanderlust è una piattaforma di lifestyle yoga e mindful living presente in 21 paesi su cinque continenti. La sua missione è guidare le persone nella ricerca del proprio True North: un percorso continuo verso la versione migliore di sé, che si costruisce attraverso la pratica, la community e la condivisione. Il simbolo 108 di Wanderlust si ispira al numero sacro dello yoga, che ricorda ciò che ci lega: unione nell’umanità e compassione (1), completezza, come un cerchio (0) e le infinite possibilità del viaggio verso la scoperta del vero Nord (8).

In Italia dal 2017, il brand è prodotto in esclusiva da 2night S.p.A. Inoltre, il progetto vanta un’anima green che vive attraverso “Wander Without Waste”, l’ambizioso programma di sostenibilità del festival che si articola in una serie di iniziative, tra cui postazioni per ricaricare l’acqua (water station), isole ecologiche, plastica zero e la welcome bag digitale. A questo si aggiungono collaborazioni attive con Treedom, Fondazione Libellula e Dhub con l’obiettivo di tradurre l’impegno green in azioni concrete e condivise durante gli eventi.

Fonte: Askanews

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Salute, SIDeMaST: 10 regole per proteggere la pelle in estate

Quaglino: “Danno solare? Non esitono solo i raggi UV”

Con l’arrivo dell’estate torna l’attenzione sui rischi legati all’esposizione al sole e sull’importanza di una corretta fotoprotezione. Ma se per anni la prevenzione si è concentrata soprattutto sul Fattore di Protezione Solare (SPF) e sui raggi ultravioletti, oggi la dermatologia guarda a una prospettiva più ampia che comprende l’intero “esposoma solare”, ovvero l’insieme dei fattori ambientali che influenzano la salute della pelle.

“L’esposizione solare rappresenta un fattore biologico fondamentale per la salute umana. Da un lato favorisce la sintesi della vitamina D e contribuisce al benessere psicofisico, dall’altro, quando è eccessiva o cumulativa, può provocare danni importanti alla pelle, accelerare i processi di invecchiamento cutaneo e aumentare il rischio di tumori cutanei”, spiega il Prof. Pietro Quaglino, Direttore della Clinica Dermatologica della Azienda Ospedaliera Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino, Professore di Dermatologia dell’Università degli Studi di Torino e membro del Consiglio Direttivo SIDeMaST, Società Italiana di Dermatologia. .

I danni da esposizione ai raggi UV sono ben noti. Gli UVA, che costituiscono circa il 95% delle radiazioni ultraviolette che raggiungono la superficie terrestre, penetrano più profondamente nel derma e favoriscono la formazione di specie reattive dell’ossigeno responsabili dello stress ossidativo e del fotoinvecchiamento. Gli UVB, invece, sono i principali responsabili dell’eritema solare e dei danni diretti al DNA che possono favorire lo sviluppo di neoplasie cutanee, tra cui carcinoma basocellulare, carcinoma squamocellulare e melanoma.

“Oggi però sappiamo che il danno cutaneo non dipende esclusivamente da UVA e UVB – sottolinea il Prof. Quaglino – anche la luce visibile, in particolare la componente blu-violetta, e la luce blu ad alta energia possono svolgere un ruolo rilevante nei fenomeni di iperpigmentazione, nel melasma e nei processi di fotoinvecchiamento. Per questo la protezione richiesta non è più soltanto anti-UV ma deve diventare multispettrale”.

Negli ultimi anni le evidenze scientifiche hanno infatti dimostrato l’importanza di proteggere la pelle anche da altre componenti della radiazione solare. Ad esempio, i filtri colorati cosiddetti “tinted sunscreens” contenenti ossidi di ferro garantiscono una protezione superiore dalla luce visibile rispetto ai prodotti non colorati in condizioni come melasma e iperpigmentazione post-infiammatoria. Parallelamente, la comunità scientifica internazionale sta lavorando alla definizione di nuovi parametri per misurare la protezione dalla luce visibile: “Il Fattore di Protezione Solare infatti, seppur fondamentale, misura solo l’esposizione UVB e non fornisce una misurazione della fotoprotezione cumulativa UVA indotta né per la luce visibile”.

Ma il cambiamento più significativo riguarda proprio il concetto di esposoma solare. “Quando parliamo di esposoma non ci riferiamo soltanto ai raggi UV – spiega il Prof. Quaglino – la pelle è costantemente esposta all’azione combinata di luce visibile, luce blu ad alta energia, infrarossi, calore, inquinamento atmosferico, fumo e fattori climatici. Tutti questi elementi possono interagire tra loro amplificando il danno biologico e accelerando i processi di invecchiamento cutaneo”.

Si parla sempre più infatti di “environmental aging”, un concetto che comprende ma supera il tradizionale photoaging. L’obiettivo non è più soltanto evitare le scottature, ma ridurre il danno cumulativo che si accumula nel corso degli anni, limitare l’invecchiamento della pelle, le alterazioni pigmentarie e il rischio di dermatosi fotoindotte.

“Il concetto innovativo è che il danno cutaneo può derivare dall’interazione di molteplici fattori ambientali che agiscono contemporaneamente o in momenti diversi dell’anno – aggiunge Quaglino – per questo motivo la moderna dermatologia punta sempre più a prevenire e modulare il danno solare cumulativo, piuttosto che limitarsi a trattare le sue conseguenze”.

In questo scenario diventa centrale il concetto di fotoprotezione personalizzata, che prevede strategie differenti in base alle caratteristiche individuali della persona, all’età, al fototipo, all’esposizione professionale e alla presenza di specifiche patologie dermatologiche.

“Non esiste una protezione uguale per tutti – evidenzia il Prof. Quaglino – le esigenze di un bambino, di una persona con melasma, di un paziente immunodepresso o di chi svolge attività lavorative all’aperto sono profondamente diverse. Il dermatologo può individuare il percorso più appropriato in funzione delle caratteristiche della pelle e del tipo di esposizione ambientale cui ciascun individuo è sottoposto”.

Tra le nuove frontiere della ricerca dermatologica emerge inoltre la cosiddetta fotoprotezione biologica, che punta a sostenere e rafforzare i sistemi di difesa naturali della pelle contro lo stress ossidativo, l’infiammazione e i danni al DNA indotti dai fattori ambientali.

“La fotoprotezione biologica rappresenta un approccio complementare rispetto ai tradizionali filtri solari – conclude Quaglino – l’obiettivo è intervenire sui meccanismi cellulari e molecolari coinvolti nel danno cutaneo. Le evidenze disponibili sono ancora in evoluzione e saranno necessari ulteriori studi, ma si tratta certamente di uno dei filoni più promettenti della dermatologia contemporanea”.

Per affrontare in sicurezza la stagione estiva, SIDeMaST ricorda che la protezione più efficace deriva dall’associazione tra corretto utilizzo dei prodotti fotoprotettivi, comportamenti responsabili e consulenza specialistica quando necessaria.

Il decalogo SIDeMaST per una corretta esposizione al sole 1. Scegliere un fattore di protezione adeguato al proprio fototipo, all’intensità dell’esposizione e alle condizioni ambientali, privilegiando SPF 30 o superiore. 2. Applicare la protezione almeno 20-30 minuti prima dell’esposizione al sole per consentire ai filtri chimici di attivare la reazione che porta allo sviluppo della protezione solare. 3. Utilizzare una quantità adeguata di prodotto: una dose troppo elevata è inutile, una dose ridotta diminuisce significativamente il livello di protezione indicato. 4. Distribuire la protezione uniformemente su tutte le aree esposte, senza dimenticare orecchie, collo, mani, piedi e labbra (opportuno applicare la crema di protezione a casa e non in spiaggia). 5. Applicare la protezione anche nelle giornate nuvolose. 6. Riapplicarla dopo bagno, attività sportiva o sudorazione intensa, anche se il prodotto è resistente all’acqua. 7. Evitare l’esposizione diretta nelle ore centrali della giornata, generalmente tra le 11 e le 15. 8. Proteggersi anche in montagna, in barca e durante le attività all’aperto, dove acqua, sabbia e neve aumentano la riflessione delle radiazioni. 9. Prestare particolare attenzione alla protezione dei bambini, utilizzando prodotti specifici e misure di schermatura fisica. 10. Ricordare che la crema solare non elimina completamente i rischi dell’esposizione e non consente di esporsi al sole senza limiti di tempo: deve essere associata a cappelli, occhiali da sole, indumenti adeguati e comportamenti responsabili.

Fonte: Askanews

Tiso(Accademia IC): “Valore terapeutico del rapporto anziani-animali”

Riduzione dello stress, un miglioramento delle relazioni interpersonali

“Negli ultimi anni, il rapporto tra anziani e animali ha assunto un ruolo sempre più rilevante nell’ambito del benessere psicofisico. Numerosi studi e esperienze sul campo dimostrano come la presenza di un animale possa apportare benefici significativi alla salute emotiva, cognitiva e sociale delle persone in età avanzata, soprattutto in contesti di solitudine, fragilità o istituzionalizzazione. Gli animali da compagnia, in particolare cani e gatti, infatti offrono una presenza costante, non giudicante e affettivamente stabile. Accudire un animale favorisce il senso di utilità, riduce l’ansia e contribuisce a migliorare l’umore, contrastando sentimenti di vuoto e abbandono. Esempi virtuosi sono proprio la Pet Therapy, e gli Interventi Assistiti con gli Animali, sempre più diffusi in case di riposo, RSA e centri diurni. Questi interventi strutturati, condotti da professionisti qualificati, utilizzano animali appositamente addestrati per migliorare la qualità della vita degli anziani. I risultati mostrano una riduzione dello stress, un miglioramento delle relazioni interpersonali e una maggiore partecipazione alle attività di gruppo. Insomma, il rapporto terapeutico tra anziani e animali rappresenta una risorsa preziosa per promuovere benessere, dignità e qualità della vita nella terza età. Che si tratti di un animale da compagnia o di interventi strutturati, questo legame si conferma un potente strumento di cura, capace di rispondere non solo a bisogni fisici, ma anche emotivi e relazionali. Investire in questo tipo di relazione significa valorizzare una forma di terapia naturale, empatica e profondamente umana”. Così, in una nota, Carmela Tiso, portavoce nazionale di Accademia Iniziativa Comune e presidente della associazione Bandiera Bianca.

Fonte: askanews.it

Uniamo Rare Diseases Italy: “Positiva l’attenzione per lo SNE e le malattie rare”

“Ora bisogna procedere velocemente con i Decreti attuativi dove necessari”

La recente approvazione della Legge di Bilancio 2026 testimonia una significativa attenzione da parte dei parlamentari rispetto agli screening neonatali, tema che rientra all’interno di due provvedimenti specifici. Infatti, grazie all’emendamento presentato a prima firma della Senatrice Raffaella Paita, la Legge (commi 952-953) istituisce un Fondo specifico da 500 mila euro per il 2026 e il 2027 che permetterà alle Regioni di avviare progetti pilota al fine di ampliare il proprio panel regionale dello screening neonatale esteso.

Ad oggi, informa una nota, l’aggiornamento del panel dipende dal lavoro del Gruppo che propone le patologie e dall’approvazione dei LEA, con tempistiche molto lunghe. Poter accedere ad un fondo consentirà un aggiornamento più veloce ed equo anche con riguardo alle Regioni in piano di rientro. Il Fondo è vincolato alla presentazione di progetti pilota da parte delle Regioni che intendono ampliare il proprio panel SNE, garantendo risorse aggiuntive per tutti. Auspichiamo che l’intesa in Conferenza Stato-Regioni e il decreto del Ministero che dovrà stabilire i criteri di distribuzione avvengano in tempi rapidi, in modo che le Regioni possano subito attingere alle risorse.

Positiva anche l’attenzione riservata, grazie all’emendamento della Sen. Murelli, alla leucodistrofia metacromatica, che non rientra nei LEA e ad oggi, pur avendo un esito infausto se non diagnosticata in tempo (il trattamento deve essere somministrato prima o contemporaneamente ai primi sintomi), è inserita nel panel SNE di appena tre Regioni (Toscana, Puglia e una buona parte dei punti nascita della Lombardia). Il provvedimento riserva complessivamente 238 milioni di euro per questo screening, per il potenziamento di diverse prestazioni di diagnostica e prevenzione in ambito oncologico e rafforza inoltre l’utilizzo dei test di Next-Generation Sequencing (NGS) per la profilazione delle malattie rare.

Gli emendamenti presentati fanno seguito ad azioni della Federazione mirate, realizzate attraverso vari strumenti: eventi, petizioni indirizzate agli Assessorati alla Salute di tutte le Regioni, interlocuzioni con Parlamentari. Il nostro ringraziamento quindi alle Senatrici che hanno fatto proprie queste tematiche.

A 10 anni dall’approvazione della Legge 176/2016 Uniamo continua la sua azione di sensibilizzazione per l’ampliamento del panel e la realizzazione uniforme sul territorio nazionale di quanto necessario per garantire il diritto allo screening per tutti i bambini, anche in base alle novità terapeutiche che via via si rendono disponibili.

Il mancato ampliamento dello SNE, nonostante l’approvazione dei LEA, oltre ad essere poco comprensibile di fronte al diritto alla salute dei bambini, comporta situazioni di disparità fra cittadini dello stesso Paese che a seconda del luogo di nascita possono essere diagnosticati oppure no. Ci auguriamo che l’attenzione dimostrata in sede di Legge di Bilancio possa continuare con la richiesta di informazioni e sblocco di questa situazione, come sottolineato dall’Onorevole Malavasi in una recente interrogazione; e che i decreti attuativi per le norme approvate arrivino in tempi brevi.

Fonte: askanews.it

Nascite in Italia: oltre 100.000 da mamme over 35. Un terzo del totale

“Maggiori i rischi rispetto a gravidanze in giovane età, ma tecnologie mediche e consulenza specialistica aumentano le probabilità di successo”, spiega il ginecologo Marco Grassi. In Italia, secondo gli ultimi dati, sono nati 369.944 bambini e circa un terzo da madri over 35, superando quota 100.000 (ISTAT). In Europa, il 26,9% delle nascite, cioè un quarto del totale, riguarda donne di 35 anni o più (Eurostat Yearbook 2023). Il fenomeno riflette profonde trasformazioni nei modelli sociali, culturali e professionali. È fondamentale comprendere come, dopo i 35 anni, l’età influisca sui processi biologici della fertilità e sulle reali possibilità di concepimento.

Biologia della fertilità: cosa cambia dopo i 35 anni La fertilità femminile segue un declino fisiologico legato all’età. Le donne nascono con un numero prestabilito di follicoli, le strutture contenenti ovociti, che diminuiscono progressivamente nel corso della vita senza possibilità di rigenerarsi. La fertilità della donna raggiunge il suo picco tra i 20 e i 30 anni, per poi iniziare un primo calo, graduale, già intorno ai 32 anni, seguito da un declino più rapido dopo i 37 anni, fino a diventare molto ridotta negli anni che precedono la menopausa, normalmente intorno ai 50 anni. L’ingresso nella fase di subfertilità o infertilità si verifica generalmente intorno ai 40 anni, anche se in alcuni casi può manifestarsi prima. Solitamente, la diagnosi di infertilità avviene dopo un anno di rapporti non protetti, ovvero, senza l’utilizzo di misure contraccettive. Tuttavia, se la donna ha 35 anni o più, la valutazione dovrebbe iniziare dopo 6 mesi di tentativi di concepimento senza successo. “L’aumento dell’età materna è in parte responsabile di un incremento del rischio di infertilità e di una minore probabilità di portare a termine la gravidanza – spiega Marco Grassi, ginecologo di Ascoli Piceno – inoltre, con l’avanzare dell’età si riduce la capacità dell’endometrio di accogliere l’embrione e si osserva un aumento dell’incidenza di endometriosi e fibromi, fattori che possono ulteriormente ridurre le possibilità di concepimento e richiedono una gestione più attenta della fertilità”.

Rischi materni e neonatali associati all’età avanzata La gravidanza in età matura, definita “advanced maternal age”, comporta un aumento dei rischi per madre e neonato. È associata a maggiore probabilità di ipertensione gestazionale, diabete preesistente o gestazionale, preeclampsia, anomalie cromosomiche fetali, mortalità perinatale e complicazioni durante il travaglio, come contrazioni inefficaci, distacco prematuro della placenta o placenta previa. Dal punto di vista neonatale, i bambini nati da madri over 35 hanno maggior probabilità di difetti congeniti, tra cui malformazioni cardiache, atresia esofagea, ipospadia o craniosinostosi. Numerose indagini evidenziano che la possibilità di nascita di bambini con Sindrome di Down aumenta con l’età materna.

“Diventa quindi fondamentale la consulenza genetica e l’impiego di test prenatali mirati spiega il dottor Marco Grassi – questi strumenti consentono di identificare eventuali anomalie cromosomiche in modo tempestivo, permettendo un monitoraggio attento della gravidanza e offrendo alla madre informazioni chiare per ridurre rischi e incertezze”.

Procreazione medicalmente assistita e fertilità tardiva Con l’aumento dell’età materna, le tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA), come la fecondazione in vitro (IVF) e l’inseminazione intrauterina (IUI), rappresentano oggi uno strumento fondamentale per aumentare le possibilità di gravidanza. L’uso delle tecniche assistite cresce con l’età materna, in particolare oltre i 40 anni, e strategie preventive come il congelamento degli ovociti permettono di preservare la fertilità e migliorare le probabilità di successo.

Prevenzione e corretta informazione La consapevolezza dei cambiamenti legati all’età è fondamentale. Uno stile di vita sano, alimentazione equilibrata, controllo del peso, attività fisica regolare e l’evitamento di fumo, alcol e droghe contribuiscono a preservare la fertilità. “La maternità oltre i 35 anni è oggi una realtà consolidata, sebbene comporti rischi maggiori rispetto alla gravidanza in giovane età, le tecnologie mediche disponibili, i percorsi di consulenza specialistica e una presa in carico attenta consentono alle donne di affrontare consapevolmente le scelte riproduttive, aumentando le probabilità di un esito positivo per madre e bambino”, conclude il dottor Marco Grassi.

Fonte: askanews.it

Cure palliative, Università Cattolica: al via Master per i medici e le professioni sanitarie

Giovedì 22. Interventi di Paola Binetti, Francesco Zaffini e Giuseppe Fioroni

Si terrà giovedì 22 gennaio, alle ore 9.30 nell’Aula Brasca del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS, la Giornata inaugurale dell’VIII edizione del Master in Alta formazione e qualificazione in cure palliative di II livello, rivolta ai medici, e dell’XI edizione del Master in Cure palliative e terapie del dolore per professioni sanitarie, attivi presso il campus di Roma dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

L’evento sarà un’opportunità per riflettere, a partire dai programmi formativi della Facoltà di Medicina e chirurgia, sui temi delle Cure palliative come diritto e livello essenziale di assistenza per pazienti di tutte le età e con ogni tipo di patologia, e della pianificazione di percorsi assistenziali personalizzati, favorendo al tempo stesso il raccordo operativo con i servizi territoriali, come sperimentato nell’attività del Servizio di Cure Palliative intraospedaliere del Policlinico Gemelli istituito nel 2016 e attualmente afferente all’Unità Operativa Complessa Cure Palliative e Geriatria Oncologica.

La giornata sarà aperta alle ore 9.30 da Alessandro Sgambato, Preside della Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, S. E. Mons. Claudio Giuliodori, Assistente Ecclesiastico generale dell’Ateneo, Daniele Piacentini, Direttore Generale della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, Antonio Gasbarrini, Direttore Scientifico della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, e Graziano Onder, Ordinario di Medicina Interna e docente di Medicina e Cure Palliative, direttore dei Master e dell’Unità Cure Palliative e Geriatria Oncologica della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS.

Alle ore 10.00 la Lettura Magistrale di Giorgio Trizzino, Medico Palliativista, dal titolo “Oltre la Malattia: il ruolo delle Cure Palliative nella Medicina Contemporanea” cui seguirà un intervento di Francesco Zaffini, Presidente della Commissione Affari Sociali, Sanità, Lavoro Pubblico e Privato, Previdenza Sociale del Senato della Repubblica. Parteciperanno alla discussione Paola Binetti, Professore Emerito di Storia della Medicina (Università Campus Bio-medico) e Giuseppe Fioroni, Vicepresidente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori e della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS.

Alle ore 11 la Tavola Rotonda dal titolo “Cure palliative: Il ruolo dell’Università e delle Istituzioni”, moderata da Graziano Onder, con la partecipazione di Massimo Antonelli, Ordinario di Anestesiologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Presidente della Sezione O del Ministero della Salute (che si occupa dell’attuazione dei principi per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore), Walter Bergamaschi, Direttore Generale della Programmazione Sanitaria al Ministero della Salute, Americo Cicchetti, Ordinario di Organizzazione Aziendale all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Commissario Straordinario AGENAS, Maria Grazia De Marinis, Ordinario di Scienze Infermieristiche generali, cliniche e pediatriche all’Università Campus Bio-medico e membro del Consiglio Superiore di Sanità, Maria Luisa Di Pietro, Associato di Medicina Legale all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Vicepresidente del Comitato Nazionale di Bioetica, Alberto Gambino, Ordinario di Diritto Privato all’Università Europea di Roma e membro del Comitato Nazionale di Bioetica, e Francesco Scarcella, Coordinatore della Rete regionale Cure Palliative della Regione Lazio.

Al termine dell’evento la cerimonia di consegna dei diplomi del Master in Cure Palliative di II livello per l’anno accademico.2023/2024.

“L’incontro rappresenta un’importante occasione di confronto e coordinamento tra i principali attori istituzionali impegnati nel campo delle Cure Palliative, finalizzata ad analizzare i temi emergenti, condividere buone pratiche e contribuire alla definizione delle priorità future del settore – anticipa il Professor Graziano Onder -. È particolarmente significativo che l’iniziativa si svolga all’interno di un ospedale universitario: l’università è infatti chiamata a svolgere un ruolo strategico nella formazione dei professionisti sanitari sulle Cure Palliative e sui temi del fine vita, promuovendo una cultura della cura attenta alla dignità della persona. Al tempo stesso, l’ospedale rappresenta il luogo privilegiato in cui le Cure Palliative devono essere pienamente integrate nei percorsi assistenziali, assumendo un ruolo centrale nella presa in carico globale del paziente e della sua famiglia. Ogni riflessione seria e responsabile sul fine vita non può prescindere dal pieno sviluppo e dalla corretta applicazione delle Cure Palliative, che rappresentano il presupposto fondamentale per garantire sollievo dalla sofferenza, appropriatezza delle scelte e rispetto della volontà della persona”.

Fonte: askanews.it

Mutazioni genetiche, all’Int Milano il congresso Aifet

Associazione Italiana Familiarità ed Ereditarietà dei Tumori

In Italia oltre 100.000 persone vivono con mutazioni genetiche identificate in geni ad alto rischio oncologico, tra cui BRCA1 e BRCA2 (mammella e ovaio), geni della sindrome di Lynch (colon-retto, endometrio), poliposi ereditarie del tratto digerente e mutazioni del gene TP53 (tumori aggressivi in giovane età).

Per offrire informazioni concrete a cittadini e pazienti su prevenzione, sorveglianza e gestione di queste condizioni, la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori (INT) di Milano, centro di eccellenza nazionale ed europeo per lo studio e la gestione dei tumori ereditari, apre il congresso annuale dell’Associazione Italiana Familiarità ed Ereditarietà dei Tumori (Aifet), in programma dal 19 al 21 novembre 2025.

La giornata inaugurale del 19 novembre sarà dedicata all’incontro con associazioni di pazienti, per un momento di confronto e approfondimento su percorsi clinici, diritti e tutele, inclusi gli aspetti legati all’invalidità. L’evento, coordinato dal Dottor Marco Vitellaro, Responsabile della S.S. Tumori Ereditari Apparato Digerente dell’INT, vedrà la partecipazione di Agenas, dell’INPS, delle società scientifiche italiane e delle associazioni dei pazienti. Saranno inoltre illustrati i modelli innovativi delle Cancer Family Clinic, che permettono di coordinare esami, visite e supporto psicologico per i portatori di mutazioni genetiche e i loro familiari.

Fonte: askanews.it

Un network multidisciplinare di ricercatori per affrontare le malattie infettive

Forneris, INF-ACT – “In tre anni si è creata una fitta rete scientifica multidisciplinare

Si è concluso, oggi, l’INF-ACT annual meeting 2025 che ha riunito le principali voci della ricerca italiana dedicate al contrasto delle malattie infettive emergenti. Più di 400 ricercatori, informa una nota, provenienti da 70 istituzioni tra università, enti di ricerca, IRCCS, piccole e medie imprese si sono trovati a Roma per delineare la strada verso la costruzione di un sistema sanitario d’avanguardia.

Federico Forneris, presidente Fondazione INF-ACT – “La sfida intrapresa tre anni fa era particolarmente complessa: creare una rete scientifica multidisciplinare dedicata alle malattie infettive che si muovesse in modo coordinato. Oggi stiamo vedendo concretizzarsi i risultati attesi, sia nei numeri che nel clima collaborativo che ha caratterizzato il meeting. La ricerca scientifica, per essere efficace, necessita di connessioni trasversali e multidisciplinari che permettano di esprimere tutto il potenziale. La creazione dell’hub di INF-ACT ha offerto un riferimento per i tanti gruppi che studiano le malattie infettive da punti di partenza complementari, che prima mancavano di una cornice unitaria. In questi giorni, anzi in questi tre anni, si è confermata l’importanza di offrire un punto di raccordo e abbiamo constatato le enormi potenzialità di sviluppo che si possono avere collaborando in rete.”

Il ricco programma di questi 4 giorni di meeting, a cui hanno partecipato oltre 400 ricercatori, vedeva la presentazione di 2 letture magistrali, la prima svolta da Peter Reiss, Professore emerito di Medicina presso l’Amsterdam UMC e Senior Fellow presso l’Amsterdam Institute for Global Health and Development e la seconda dalla Professoressa di virologia Jacomina Krijnse Locker del Paul-Ehrlich-Institut.

Il programma scientifico è proseguito con il susseguirsi di oltre 40 presentazioni orali e l’esposizione di più di 200 poster scientifici che hanno mostrato le più avanzate e interessanti risultanze su virus emergenti, sul controllo di zecche e zanzare quali vettori di patogeni, sulle strategie di monitoraggio e nella costruzione di modelli matematici e sullo sviluppo di nuove strategie terapeutiche. Un particolare focus è stato dedicato al fenomeno della resistenza agli antibiotici, vista la contestualità con la settimana mondiale sull’uso consapevole degli antibiotici e della resistenza antimicrobica, con la gradita partecipazione del Ministro Orazio Schillaci. L’approfondimento ha visto il diretto coinvolgimento dell’Istituto Superiore di Sanità che ha presentato i dati nazionali della resistenza alle principali classi di antibiotici per gli otto patogeni sotto sorveglianza.

Altrettanto apprezzato è stato l’intervento di Fabrizio Cobis, dirigente del Ministero dell’Università e della Ricerca, responsabile dell’investimento PNRR Missione 4 Componente 2.

Science Communicator Award Prima della chiusura del meeting c’è stata l’assegnazione dello Science Communicator Award “Prof. Carlo De Bac”, un premio dedicato alla memoria del professore emerito di Malattie infettive della Sapienza, recentemente scomparso. Il paper vincitore si è distinto tra oltre 200 paper esposti perché ha affrontato “un tema quanto mai attuale coniugando, fin dal titolo, il rigore scientifico della ricerca con una chiarezza nell’esposizione che ne fanno un perfetto oggetto di divulgazione.”

“Who’s buzzing around? Distribution and incidence of culex pipiens forms in southern Tuscany” Culex pipiens s. str. è una specie vettore chiave coinvolta nella trasmissione di malattie zoonotiche ed è stata associata alla comparsa del West Nile virus in Europa negli ultimi decenni. Questa specie comprende due forme, Culex pipiens pipiens e C. pipiens molestus, che secondo quanto riportato presentano comportamenti ecologici distinti. C. p. pipiens si nutre principalmente di uccelli e si trova soprattutto in habitat periurbani e rurali, mentre C. p. molestus tende a nutrirsi di esseri umani, tollera i siti di riproduzione sotterranei ed è ben adattato agli ambienti altamente urbanizzati.

Nonostante queste differenze, le due forme possono ibridarsi, creando complessi modelli di interazione che possono influenzare la trasmissione di agenti patogeni.

Fonte: askanews.it